Tornano alla ribalta, dopo 5 lunghi anni di silenzio, i doomster bresciani (EchO). 

Risale infatti al 2011 il loro primo full lenght “Devoid Of Illusion” (preceduto da 2 demo targati 2008 e 2010), che li aveva messi al centro della fiorente scena doom italica, oltre a portarli ripetutamente in tour all'estero, con predilezione per l'est Europa.

Il cambiamento  che balza subito all'occhio, o meglio all'orecchio, è il cantante: la potente e cavernosa voce di Antonio è stata sostituita dalla ben più alta e cristallina voce di  Fabio.

La poliedricità del nuovo frontman, in grado di variare agilmente tra scream strappa-fiato e delicate “pennellate” in voce pulita, si riflette positivamente sul resto del combo, che negli anni ci aveva abituati a granitici, ancorchè strepitosi, monoblocchi sonori.

La prima traccia “Blood and Skin” si presenta con arpeggi delicati seguiti dall'onirica narrazione del testo, cui fa seguito la disperazione vocale tramite un registro insolito ma efficace.

I blocchi di granito ci sono ancora, ma invece di presentarsi come un unico monumento si palesano davanti a chi ascolta come pietre di Stonehenge, che lasciano trapelare della luce dove la tastiera di Simone si mescola col morbido sottofondo alle pelli di Paolo. 

“This place we used to call home” giunge alle nostre orecchie con sonorità quasi “sbarazzine” per gli standard del genere, per poi precipitare nell'abisso fatto di tastiere maestose e drums impazzite.

Il leitmotiv del sestetto  bresciano è proprio questo: un susseguirsi di luci e ombre, un carnevale in chiaroscuro eseguito con classe. Leggiadria di “carezze acustiche” seguite da macigni di distorsioni che non ti lasciano scampo; episodi acustici che peraltro farebbero la gioia del Sommo Maestro Roger Waters.

La traccia successiva “Beneath this lake” vede come ospite nelle parti in pulito nientemeno che Daniel Droste dei leggendari Ahab, a testimonianza della rilevanza internazionale dei nostri.

Il cantante teutonico dalla voce malinconica ed evocativa spalanca le porte al momento forse più convincente di Fabio, con un cantato carico di pathos ed energia.

È anche la traccia più (Echo)- old school, la più immediata e “in your face”.

“Gone” è il pezzo più lungo del disco, con i suoi 10 minuti abbondanti, e vede la partecipazione di Jani dei Finlandesi Callisto, che col suo cameo regala una ulteriore gemma a questo album.

Questa traccia è anche la più “pinkfloydiana” del combo bresciano, nei momenti più intimi e riflessivi, senza però mai perdere il proprio personale e riconoscibilissimo sound.

“A new maze” invece si apre curiosamente con un organo, altra perla creativa cui fa seguito un cantato che più pulito non si può, il quale ci permette ancora una volta di ammirare il range vocale di questo giovanissimo ragazzo, chiamato ad una dura prova, brillantemente superata per chi vi scrive.

Il pezzo si conclude con l'unico momento nel quale gli (EchO) pigiano sull'acceleratore a livello di bpm.

L'organo apre anche l'ultima traccia “Order of the nightshade”, che si presenta come una sorella più oscura della canzone che la precede, il cantato clean è ugualmente sognante, ma intepretato in maniera lievemente più cupa.

Menzione d'onore anche per i chitarristi Simone e Mauro, che realmente “dipingono”, qui ma in realtà in tutto l'album, sonorità affascinanti tanto nel “lavoro sporco”, quanto ( e soprattutto) nelle parti più soft.

In conclusione si può definire “Head First Into Shadows” come un ulteriore passo in avanti nel processo creativo del gruppo, un'evoluzione costante che partiva già da basi di assoluta qualità.

Questa signori è aristocrazia sonora, giù il cappello.

 

 

Alle Rabitti

85/100