Dietro al moniker Hörnhammer si nasconde in realtà la one-man-band di Geddon, all’anagrafe Giuseppe Casafina, musicista che dopo vari demo e partecipazione a diversi progetti ha registrato un solo-project, sfogando tutte le proprie influenze e passione per la musica estrema. Il genere proposto è un black metal vecchia scuola, con tematiche misantropiche che esprimono odio, guerra e ogni tipo di cattiveria.

Musicalmente parlando, e come ammesso dallo stesso Geddon nelle note biografiche, il progetto paga tributo ai grandi degli anni ’80, come Venom, Bathory e Hellhammer, ai quali aggiungerei anche Celtic Frost e Motörhead, questi ultimi tirati in ballo grazie a certi spunti black’n’roll non di poco conto, oltre che per la umlaut nel monicker, appunto la ö. Altro tributo a questi gruppi è la copertina, veramente molto bella, e che richiama in maniera molto esplicita le cover art dei gruppi sopra citati.

Se da un lato comporre da soli un album significa avere la possibilità di esprimersi senza troppi limiti, dando sfogo alla propria creatività, dall’altro si corre il rischio di non avere la possibilità di un confronto con altre teste. La presenza di un’altra persona, sia essa un musicista, un fonico o un produttore, permette di avere un riscontro immediato su quello che si sta facendo. Questa piccola premessa è utile a capire quello che è il problema principale di questo album. Geddon ha scritto quasi 50 minuti di musica, tutta di qualità, ma con una produzione non all’altezza. Attenzione, perché il contesto prevede che volutamente i suoni siano sottoprodotti, per richiamare il sound dei gruppi sopra citati, ma in questo caso siamo veramente borderline: per prima cosa le 12 tracce non hanno tutte lo stesso volume (più volte ho dovuto alzare o abbassare il volume nel passaggio da una canzone alla successiva); anche il mixaggio non è uniforme, in alcune sembra di sentire un asciugacapelli alla massima potenza, in altre invece il mix è più definito, ed ogni strumento è abbastanza riconoscibile; infine, in generale, tutto è molto ovattato, e si ha la stessa sensazione di quando ascoltiamo un gruppo dal di fuori di un locale. Purtroppo questo è frustrante, perché se si supera questa coltre, e con molta concentrazione si cerca di percepire cosa c’è sotto, ci accorgiamo che Geddon è riuscito a scrivere delle piccole gemme, delle bordate black metal molto ispirate, e che le chitarre sono affilate come rasoi, sia quando viaggiano a velocità motosega che quando saltellano su ritmi black’n’roll; anche la sezione ritmica picchia come se non ci fosse un domani, e la voce canta ossessivamente a ritmo d’odio in maniera molto convincente.

L’opener “Calling All Werewolves” è, non a caso, uno dei pezzi migliori del lotto, cattiva, marcia e ossessiva. Geddon vomita tutto il suo disprezzo dall’inizio alla fine, e impreziosisce il finale con un pregevole assolo di chitarra. La breve e caotica “AC Stormfront” rimarca in meno di 2 minuti quanto di buono c’è nella prima traccia. Altri episodi molto divertenti sono “A Fuck in the Graveyard”, che ricorda per sonorità ed intenti i Sepultura di Schizophrenia, e “Preteders to the Throne”, caratterizzata da un incidere veramente aggressivo. Ogni volta che la bacchetta cade sul china (non sono un batterista, mi si perdoni se non sono riuscito ad individuare il piatto giusto) è come se una frustata ci si abbattesse sulla schiena, e son dolori.

Nelle tracce successive si riscontrano in maniera evidente i problemi di cui sopra, basti sentire come cambiano i suoni tra la tracce 8, 9 e 10: “Discharged” (tributo hardcore ai Discharge) sembra registrata con uno smartphone, “Against the Angels you Feed” presenta strumenti più riconoscibili, ma “Where my Ravens Scream”, pur arricchita da riff e melodie importanti, scompare. La chiusura è affidata alla title-track, altro brano molto ben riuscito.

Formulare un voto è veramente difficile, in quanto se ci basassimo solamente su quello che è arrivato alle nostre orecchie il voto sarebbe senz’altro negativo. Se invece si trova la pazienza di andare oltre, e analizzare in maniera approfondita pezzo per pezzo, se ne apprezzeranno senz’altro gli intenti. Un punto di merito a Geddon, per aver fatto tutto da solo, e per essere riuscito a mettere tutta questa passione nel progetto, ma i problemi sopra descritti purtroppo non giovano all’ascolto ed il risultato è poco più che un “prodotto amatoriale”. Con una produzione all’altezza probabilmente avremmo avuto tra le mani un vero colpo di classe che forse sarebbe diventato di culto per gli estimatori del genere. Ma la storia non si scrive con i “se” e con i “ma”, ed il giudizio deve essere una media tra tutti gli aspetti presi in esame. Tenendo quindi conto della difficile fruibilità di questo disco, e dell’occasione mancata, il giudizio è quello che vedete in calce.

 

 

Sorma

60/100