Prima di entrare nei dettagli di questo articolo, è necessario fare una breve ma doverosa premessa: l’oggetto di questa recensione è un lavoro appartenente ad un genere molto lontano dagli ascolti abituali del sottoscritto, pertanto mai come prima l’analisi verrà fatta cercando di basarsi su parametri che vanno al di là dei pregiudizi che si possono avere nei confronti del genere proposto in questa sede. Tuttavia, considerando ogni forma d’arte come un’espressione soggettiva di sé stessi, tanto quanto soggettive sono le sensazioni innescate da parte di chi viene a contatto con tale espressione, mi permetto di sottolineare che durante gli ascolti, e per tutto il tempo della stesura di questo articolo, sono stato permeato da dubbi: “e se stessi bocciando un capolavoro di musica darkwave?”. L’invito è quindi di prendere alcune delle seguenti considerazioni con le pinze, e di dare comunque una chance a questo disco, soprattutto se siete cultori o debitori di un certo tipo di sound anni ’80.

I Miel Noir sono un duo composto da Dimo Dimov e Marcel P., musicisti attivi in ambito gothic rock, dark wave, ambient e industrial. È sufficiente una veloce ricerca sui motori di ricerca per notare la grande quantità di progetti e la prolificità di questa coppia. Per l’album “Honey-beat”, il duo è supportato diversi ospiti e vocalist, ed i gruppi di riferimento entrano a tutti gli effetti nel filone darkwave, molto in voga negli anni ’80. Il sound è quindi debitore dei Depeche Mode, Bauhaus, e Joy Division, ma anche dei “novantiani” e più folkeggianti Dead Can Dance. In questa sede si prenderà in esame anche l’EP “The temple and the trigger”, dischetto di 3 pezzi che, uscito in contemporanea al full length, funge da singolo apripista e costituisce insieme ad esso una doppia uscita per un totale complessivo di 21 tracce e quasi un’ora e 25 minuti di musica.

L’album si apre con “Wake up”, pezzo dal piglio elettronico che chiama in causa i vecchi Prodigy; la successiva “Triggerwarning” è un brano che ricorda da vicino i Depeche Mode, e su cui gli autori puntano molto, tanto da essere presente in altri punti della tracklist in versione remix. La spaziale “Not sorry” risulta riconoscibile grazie ad un piglio più “rock”, mentre la successiva “End Of The Line” incorpora elementi folk grazie ad opportune armonizzazioni vocali. L’oscura “Honig-Traum” assume un tono quasi horror, ma con la più divertente “What I Want” si riaccendono presto le luci, che poi diventano rosse nella psichedelica e sensuale “Duldungsstarre”. Ancora folk con “What Once Was Lost”, fino ad arrivare a inedite sfumature country in “Honey Offering (Demeter's March)”. Il momento “piano-bar” di “Anymore” e le soluzioni industriali di “Die Leere” sanciscono l’inizio del secondo tempo che se vogliamo è ancora più sperimentale del primo. L’ambient disturbato di “Schwarzer Honig” ricorda alla lontana alcune cose fatte dai Neurosis mentre “The Legend Of St.Ambrose” assume un tono drammatico, introspettivo e quasi cinematografico. Siamo quasi in chiusura con la meccanica “What It Was”, seguita da versioni remixate delle tracce “Wake Up”, “Triggerwarning” e “Duldungsstarre”, che anticipano l’epilogo affidato alla più accessibile “Honey-Apocalypse”. A corollario del tutto, abbiamo i 3 pezzi dell’EP “The temple and the trigger”, che comprendono, oltre che la terza versione di “Triggerwarning”, la triste “At The Doorsteps Of Our Temple” e la danzereccia “Our time, Our Place” che richiama alla lontana le sonorità degli svedesi Deathstar. 

La produzione non è male, anche se non molto attuale. Di fronte a ritmiche così industriali ci si aspetterebbe forse una spinta maggiore, ma i suoni risultano “innocui”, e nell’insieme l’album fa fatica a decollare. Si intuisce la volontà di pagare tributo ai grandi gruppi anni ’80, senza forse rendersi conto che sono passati più di trent’anni, e che un sound moderno sarebbe stato più adeguato, magari rendendo giustizia alle buone intuizioni presenti. 

Come intuibile dal minutaggio, di carne al fuoco ce n’è tanta, ma se si tiene conto che molti pezzi non sono nient’altro che la ripetizione ossessiva di quattro note o due vocaboli, si capisce di come molte tracce non siano che dei filler, e che l’apparente inventiva sia in realtà sterilità artistica. Ad alimentare ulteriormente questa ipotesi è l’inclusione nella tracklist di remix che, pur essendo versioni alternative prodotte da altri artisti (Insect Plasma, Deadlights, Winterhart e Phobos Reactor), non apportano alcun valore aggiunto, avvalorando la sensazione che si voglia ostentare a tutti i costi una qualità che in realtà è assente 

L’accessibilità è resa ancora più ardua da sonorità acide, inasprite ulteriormente dalla presenza di liriche in madrelingua tedesca. Le vocals, salvate in extremis solamente da alcuni inserti di voce femminile, soffrono di una timbrica tutt’altro che piacevole, nonché di ripetitività e conseguente noia.

Nell’economia del disco manca un po’ di tutto. Le atmosfere sono cupe, ma non così cupe da soddisfare gli amanti del dark, la parte industrial non è così spinta e le atmosfere più elettroniche risultano fievoli e difficilmente vi verrà voglia di scuotere la testa. Strumentalmente, salvo qualche guizzo ed intuizione qua e là, è la ripetitività a farla da padrone, non solo all’interno di uno stesso pezzo, ma anche tra le stesse canzoni che tendono ad assomigliarsi un po’ tutte, per un continuo riciclaggio di idee. Non a caso gli episodi più particolari, ovvero quelli che presentano un po’ di varietà, sono quelli maggiormente apprezzabili. Anche la componente rock è praticamente assente, a meno di considerare rock alcuni licks di chitarra distorta tutt’altro che memorabili. Infine, anche dal punto di vista del songwriting, non si riscontrano passaggi brillanti o arrangiamenti originali che giustificherebbero almeno un’attenzione.

Ritornando alle premesse, e rinnovando ancora l’invito a dare comunque una possibilità a questo album, consiglio rivolto soprattutto ai nostalgici o a chi è attirato dal sound caratteristico degli anni ’80, l’avvertimento è di passare assolutamente oltre.

 

 

Alessandro "Sorma" Sormani

40/100