Gli Shadowthrone nascono in quel di Roma nel 2014, dopo che Steph, chitarrista, lascia la band gothic metal Theatres Des Vampires per iniziare il proprio progetto, più vicino alle sue radici. Il primo EP della nuova band, Through The Gates of Dead Sun, vede la luce nel 2015, mentre il primo vero album, di cui qui si parlerà, verrà pubblicato l’anno successivo: si tratta di Demiurge of Shadow, disco d’esordio del quintetto romano, nel pieno stile della band, quel black metal sinfonico capace di mescolare i tratti più estremi e distorti del metal con elementi esterni al genere, tratti anche da colonne sonore (cosa non nuova nel metal, ma certamente quasi inusuale per il black). 

Il disco si apre con la strumentale Across The Open Sea, traccia che già dal titolo richiama ai tratti marinareschi che fanno da cornice all’album, soprattutto nella copertina, che raffigura quello che potrebbe essere un veliero fantasma che sorge dall’oscurità, o magari la nave del “Vecchio Marinaio” di Coleridge, soluzione decisamente più romantica. A completare il quadro ci pensano registrazioni di tempeste, tuoni e piogge scroscianti, che fanno da intro al disco. 

La title track Demiurge of Shadow, inno all’infinto potere dell’Oscurità e del Chaos, è un potente pezzo nel pieno stile symphonic black, dalle imponenti orchestrazioni che, insieme con i riff di chitarra così melodici, si intersecano alla perfezione con la violenza della parte ritmica. Il tutto condito dallo scream di Serj. Particolare, invece, è l’intermezzo solistico delle orchestrazioni, che non rompe troppo con le linee guida del genere. 

In Faded Humanity ci si impersona in un uomo scelto per essere Guardiano delle terre, ma che preferisce sfruttare questo suo potere per costruire un regno di sangue e terrore. Come il precedente, è un brano all’insegna della violenza, dove le orchestrazioni entrano prorompenti, lì dove sono inaspettate, senza tuttavia disturbare l’orecchio di chi si aspetta qualcosa di estremo. Sul finale la potentissima cavalcata in blast beat di Dave, che accompagna l’ascoltatore al silenzio, prima del prossimo brano, Theories Behind Chaos, sicuramente una delle più “catchie” del disco (se si può utilizzare questo termine per un pezzo black metal), soprattutto grazie al riff di chitarra della strofa, così coinvolgente. Anche qui sono sfruttati con molta intelligenza e cognizione di causa i vari cambi di tempo e le varie parti più melodiche, oltre che le ormai consuete parti orchestrali. Da segnalare, invece, la continuità che lega Faded Humanity e Theories Behind Chaos, per quanto riguarda il testo: entrambe citano l’attraversamento del Nord, luogo impervio e inospitale per antonomasia nell’immaginario collettivo, come ad indicare una potenza ed una forza proprie solo di chi è in grado di grandi imprese. 

Con un canto gregoriano, particolarmente inquietante in questo contesto, molto simile a quello che apre Rosenkreuz (The Rose And The Cross) dei Rhapsody di Luca Turilli, si passa rapidamente alla traccia successiva, Seal of Opulence. È un brano molto simile ai precedenti, dove tuttavia si lascia più spazio ad un cantato in growl, limitando quello in scream. Da segnalare, qui, la presenza di passi in latino, altro sintomo di una capacità compositiva, non solo per quanto riguarda la musica, ma anche i testi, davvero notevole: un orecchio poco abituato al black metal mai si sognerebbe tanta cura per le parole, spesso incomprensibili! 

La chiusura, eseguita da un insolito e struggente pianoforte, quasi spacca l’album, non a caso si trova proprio a metà del disco. Daemonius infatti ricomincia con la stessa vivacità espressa sin da Demiurge of Shadow, rispettando i caratteri tipici della band. Come per il principio di Theories Behind Chaos, è difficile evitare l’headbanging nel riff di Daemonius. L’intermezzo parlato testimonia l’importante influenza che le colonne sonore e il desiderio di voler raccontare attraverso la musica hanno avuto nella stesura del disco. 

Il disco si chiude con tre brani simili fra loro e ai precedenti, Disciples of Black Master, Blazing South of Kingdom e, infine, Total Darkness. Nei testi, questi ultimi pezzi richiamano esplicitamente quello che potremmo definire il protagonista del disco, il “Demiurgo dell’Ombra”, oltre che citare ancora una volta i cammini fra le fredde e inospitali terre del Nord. Questi brani sembrano dunque quasi chiudere un cerchio, soprattutto con i primi. Infatti è presente una decima traccia, Howling Abyss, strumentale, proprio come la canzone di apertura. A differenza della prima, però, Howling Abyss è una ballata eseguita da sole chitarre classiche, in una tranquillità quasi desolata e desolante, dopo la violenza dei nove pezzi precedenti, come se fosse la calma dopo la tempesta, il silenzio dopo la distruzione. 

Howling Abyss è l’emblema del progetto articolato dietro il nome Shadowthrone, non una semplice band black metal, dedita alla musica più violenta. È piuttosto un gruppo che ha voluto costruire qualcosa di articolato, ha voluto mettere in pratica tutte le proprie ispirazioni (e aspirazioni), ha provato a rendere complesso quello che solitamente è un genere molto più brutale e diretto. Demiurge of Shadow è un album di cinque musicisti molto bravi, capaci di scrivere dei testi così significativi, così ben elaborati, anche sapendo che, generalmente, nel loro genere, non sono le parole il punto di forza. Dei ragazzi capaci di inserire dei canti gregoriani tra un growl e uno scream, senza tuttavia far stridere il tutto. È un album ben riuscito, che coinvolge non solo capacità compositive e tecniche, ma anche una conoscenza della musica decisamente ampia. Se proprio dovessi trovare una stonatura la ricercherei tra quegli elementi inevitabili: mi pare infatti che gli Shadowthrone abbiano voluto costruire un album black metal in cui i vari brani non sembrassero troppo simili tra di loro, di modo che si potesse riconoscere un pezzo dall’altro anche senza una melodia vocale ben distinta. Ebbene, non ci sono riusciti in pieno. Tuttavia sono riusciti a far distinguere gli Shadowthrone stessi dal resto del black metal underground, creando un sound proprio, unico, sintomo di personalità e originalità. 

 

 

Avalon

88/100