Per chi avesse pensato che in Italia non vi fossero gruppi heavy/speed metal a sfondo piratesco, si è subito pronto a smentirli tirando fuori – assieme ai milanesi Calico Jack e i piacentini Black Bones – i Silverbones di Conegliano (TV). Nati da un’idea del bassista, compositore e voce principale Andrea Franceschi nel 2013, sono formati in fase stabile da Riccardo Galante, chitarrista e corista, da Marco Salvador (Indikon), chitarrista e seconda voce e Enrico Santin, batterista. I Silverbones debuttano nel panorama dell’heavy/speed metal piratesco con il loro primo demo “Between the Devil and the Deep Blue Sea” (2014), autoprodotto. Suoni e strumentazione heavy metal in stile Kaledon, Running Wild, ma anche primi Manowar o Iron Maiden, il tutto mischiato ad una voce pulita e in stile inneggiante, già lasciano intendere che la loro vocazione è allietare vascelli di pirati ebbri di rum e gin, con i loro inni al mare, alle battaglie fra cricche e a ricerche di simbolici forzieri pieni d’oro. Anche se su palco i Silverbones non si mostrano nel vestiario come vocati alla pirateria (anzi, si potrebbe quasi dire che tendano più all’”abito Manowar” che a quello Swashbuckle), indipendentemente da qualche drappello pirata, registrano subito un grande firmato “Raiders in the East Tour” nell’estate del 2015. Quest’ultimo è un tour slavo che, in quegli anni, si svolse in Repubblica Ceca, in Polonia e in Repubblica Slovacca, dedicato al “pirate metal”.

Si giunge così al 2016, anno che segna la ristampa del loro demo “Between the Devil and the Deep Blue Sea” in cassetta (per conto di un’etichetta greca, la Iron on Iron Records) ma non un mese prima dell’uscita del loro album di debutto, “Wild Waves”. Uscito per la californiana Stormspell Records, in generale si può dire che il disco sia più o meno un miglioramento di tutti gli aspetti negativi che il demo presentava. Innanzitutto, il mixing generale di tutta la strumentazione ha tenuto conto della voce di Andrea Franceschi. Quest’ultima è più sporcata, rievocante il tema piratesco, ma senza contraddirsi in una sua impostazione atipica, perché non risulta essere così graffiante e tipica dello speed e dell’heavy metal classici. Ad esclusione della strumentale “Between the Devil and the Deep Blue Sea”, sostituita dall’epica introduzione heavy metal “Cry of Freedom”, le varie “Royal Tyrants”, “Queen Anne’s Revenge” e “Wicked Kings” vengono mantenute in una buona registrazione dal principio. Le tracce sono accompagnate da interessanti composizioni heavy metal come “The Undead” (dove si abbandonano temporaneamente testi di mare, per concentrarsi sulla terraferma, toccando luoghi tetri come chiese fatiscenti, cimiteri, tombe e maledizioni) e “Hellblazer” (anch’essa ambientata sulla terraferma, nel tema medievale della battaglia epica). Non mancano influenze speed tipiche in brani pirateschi come nella title track “Wild Waves” e in “Raiders of the New World”, senza escludere la conclusiva ed altrettanto epica “Black Bart”. Di sicuro, questo debut album presenta tutte le carte in regola per annoverarsi fra le migliori produzioni italiane heavy/speed metal a sfondo piratesco. L’unica lontananza da tale tema risiede nel vocals di Andrea Franceschi, quindi nella sua soggettiva idea di interpretazione dei brani. Infatti, viene a mancare quella componente essenziale che renda i Silverbones un gruppo “pirate metal” come tale a tutti gli effetti, ossia la voce rauca e ruggente del pirata condottiero, mossa dalla tipica bevanda del rum. Per fornire un esempio più concreto, laddove i milanesi Calico Jack, gli scozzesi Alestorm ma soprattutto gli statunitensi Swashbuckle fanno uso di vocals prevalentemente piratesco, i Silverbones preferiscono mantenere una certa coerenza col genere (seppur come citato sopra la voce di Andrea Franceschi non risulti corrispondere, in ambito tecnico, alle tipicità del loro stile heavy/speed metal). Tutto questo, però, non corrisponde ad un calice amaro da buttare giù, poiché i Silverbones sono una formazione di ottimi musicisti e seconde voci heavy metal. In particolare Enrico Salvador, proveniente da un mondo più power e symphonic metal, dona ai brani di “Wild Waves” quel quid in più in campo di shred, specialmente in brani come “Royal Tyrants” o “Wicked Kings”, dove i riff richiamano molto al power metal.

In sostanza, i Silverbones rilasciano un debut album degno che, tuttavia, lascia ancora scoperte alcune pecche (come l’interpretazione più in chiave piratesca), collegate al loro essere votati a rappresentare il mare aperto, le ciurme d’abbordaggio e, più in generale, mitiche ed epiche battaglie (anche in terraferma). Si tiene a ricordare, infine, che questa è il primo ed unico album in studio sotto etichetta discografica. Per giunta, i Silverbones hanno ancora molto da dare, in quanto detentori di tutte le carte in regola per scoprire al meglio le loro potenzialità, ancora apparentemente “dormienti”.

 

 

Alexander Daniel

75/100