Al quartetto veneto, che risponde al nome di The Brain Washing Machine, il rientrare nel calderone stoner rock andava piuttosto stretto. Se nell’esordio Seven Years Later (datato 2013), il presunto sound desertico decisamente “on speed”, era confinato ad alcune sporadiche apparizioni, con il nuovo album scompare definitivamente. C’è da precisare che i ragazzi padovani sono sempre stati affascinati da un modo di fare rock totalmente differente da quanto strombazzato da stampa e discutibili leoni da tastiera. Connections esce nel 2017 ed amplifica tutte le peculiarità del debutto ovvero il post-grunge, certo rock americano ed in generale il crossover o heavy-rock se si preferisce; praticamente essere apprezzati da cultori di sonorità differenti pur rimanendo fedeli ad una propria identità stilistica.

 

Abbandonata l’etichetta Godown Records, il sound del gruppo si fa più moderno, diretto e meno fumoso, come sottolinea l’opener “The Brain Washing Machine” aperta da delle atmosfere quasi orientaleggianti. Il muro di suono della band è più secco e deciso, accompagnato dalla voce calda e piena di Marco, che intona un riuscito ritornello. La chitarra suona compressa e tonante nel riffing, sia si tratti di accelerare (la serrata “Waiting The Blow”) che di dare enfasi a brani d’assalto (“Reset” e la titletrack “Connections”). Ovviamente non possono mancare le parti melodiche tanto care ai ragazzi e dove la sei corde sciorina assolo di classe come in “Feel Inside”, brano ottimamente bilanciato tra violenza e dolcezza, oppure anche “The Show”, il brano migliore del CD, pregno di melodie evocative ed un atmosfera generale che emoziona. 

Da non sottovalutare nemmeno la sezione ritmica che non manca mai di mostrare i muscoli sparando bordate continue, a volte dedicate a riusciti tecnicismi nervosi (“Restless Night”) oppure a colpire duramente (“Let Your Body Go”).

Si denota anche una cura già più accentuata per i ritornelli, riusciti per una buona parte del disco, come anche per il voler costruire un proprio stile sonoro senza dipendere ogni volta dalle proprie influenze.

L’album comunque è una sorta di passaggio, un auto-miglioramento/analisi del proprio io interiore/musicale in quanto non c’è ancora una direzione precisa al 100%. Alcuni brani per fare un esempio, contengono ottimi elementi di interesse ma poi tendono a perdere intensità e fragore come nella finale “Holy Planet” oppure nella brevissima “Are You Happy ?” che sembra un intermezzo perso nell’indecisione, interrompendosi quasi bruscamente lasciando l’amaro in bocca. 

 

L’ascesa è lunga ed impervia, lastricata di molti ostacoli. Il gruppo sta crescendo, che piaccia o meno, in una direzione precisa, che magari necessita di più cura e variegatura, che probabilmente darà i suoi frutti nel prossimo album. Teneteli d’occhio perché le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo. 

 

 

Falc.

70/100