Opere di questo tipo suscitano stupore misto a perplessità, specie di questi tempi, dove la musica è sempre di più un oggetto da buttare alla prima occasione, che non un’arte meritante rispetto. Il progetto in questa fase di analisi, si chiama The Peppersplum, duo messicano nato nel lontano 2006 e composto da due sorelle, Marie e Sussie Fernandez, rispettivamente chitarra e voce. Il sound proposto è una sorta di rock americano fortemente e volutamente commerciale, ancorato agli anni d’oro del pop (periodo fine anni 90’, inizio nuovo millennio) dove erano le voci le vere protagoniste e poco spazio era lasciato alle bands vere e proprie. Si pensi a tutta quella corrente di cantanti femminili come Natalie Imbruglia, Lene Marlin, Dolores O’Riordan (voce dei Cranberries), Alanis Morissette, per citare le più note. Ugole dolci e suadenti, spesso di bella presenza e per la maggior parte (tranne pochi casi) soliste o accompagnate da musicisti messi in ombra dal successo della loro leader. Dopo il primo EP intitolato YEAH!, le due ragazze arrivano al tanto agognato album di debutto a nome, Is It Love ? nel 2016 che ha portato la band a numerosi consensi in molti paesi del mondo. Si andrà quindi a vedere se saranno davvero la Next Big Thing della musica.

 

Il disco è abbastanza breve dove ogni traccia dura pochissimi minuti, ma in fondo questo fattore ci può anche stare per una musicalità semplice come quella offerta. Le due interpreti svolgono in maniera completa e decisa il loro compito. Il loro rock (sia chiaro, molto zuccherato, molto radiofonico e moderno) rispecchia il classico stile melodico americano con qualche leggera contaminazione da sonorità europee, suonando piacevole e leggero (il riffing di “Interminable Ways” per fare un esempio). Viene dato molto risalto all’aspetto acustico (“It’s a Goodbye”), privilegiando quindi la chitarra che si erge protagonista per la maggior parte dell’album. Uno dei problemi di fondo è che i brani lasciano poco (“Down”), nonostante il lavoro sulle melodie sia ben fatto. Il missaggio è ottimale e valorizza quanto di buono le sorelle abbiano da dare, ma nulla spicca, non c’è quella luce che crei l’interesse. Il piatto servito è di bell’aspetto, ma il sapore risulta troppo stereotipato. “Smash” è un altro esempio di vorrei ma non posso, dove si cerca di strizzare l’occhio a sonorità più elettriche ed in parte dark, ma fallendo dato che non si trova né potenza, né quella malinconia che dovrebbe rendere più oscuro il brano. “Mixture of Thousand Emotions” a dispetto del titolo si presenta melenso con dei giri melodici sentiti miliardi di volte, senza un minimo di desiderio di osare e metterci la propria personalità. “You Have Gone” sembra una pecora travestita da lupo, dove le chitarre sembrano impaurite di graffiare e le tastiere sfiorano l’irritazione, saltellando in maniera infantile sul pentagramma assieme a vocals fin troppo effettate. “Angel” è forse l’unica traccia che abbia un minimo di aggressività rock, che fino ad ora latitava, nascosta sotto tonnellate di melodie spicciole, ma che con il passare dei minuti mostra la corda perdendo colpi continui. Anche la voce trasmette stanchezza e svogliatezza. Il CD non annoia particolarmente (l’allegria frizzante di “In Life” è simpatica quanto basta per ascoltarla in maniera spensierata) anzi si lascia ascoltare senza particolari pretese, ma ciò non basta. Neppure un riferimento ai Dévics (uno dei migliori esponenti della cultura rock raffinata e di classe) sulla malinconica Don’t You Let Me Go, basta a risollevare le quotazioni di questo disco, troppo stanco e non avente la forza necessaria per impressionare. Il finale a nome “Followya” purtroppo affossa ancora di più tutto ciò di buono che era stato fatto con una traccia insapore e con delle keyboards che sembrano essere prese da un programma televisivo, per non parlare dell’unico assolo di chitarra presente nel disco, che sembra buttato a caso senza un motivo sensato.

 

Lodate ed osannate dalla critica sia americana che inglese, ma non solo, le due sorelle sembrano più un fenomeno da MTV ed affini. C’è molto da lavorare per sfondare e se da un lato delle buone intenzioni ci sono dall’altra bisogna rimboccarsi le maniche e dimostrare di che pasta si è fatti.

 

 

Falc.

55/100