11 LUGLIO 2017

Bentrovati avventurieri in questa notte, ad accompagnarci (o ad avvolgerci?) gli “Umbra Noctis”, con le loro sonorità oscure e tenebrose. Arrivano da Mantova portandoci il loro ultimo album: “Via Mala”, edito da Novecento Produzioni e rilasciato nell’aprile di quest’anno. Attivi sin dal 2005 e con un full-length già alle spalle si presentano in questa nuova produzione, a metà tra la loro identità d’origine Black Metal ed una sorta di Indie-Rock moderno. Uno stilema musicale particolare e che non mancherà di stupire l’ascoltatore. Partiamo come di consueto dalla presentazione dell’album: in copertina colori dal tono sporco e quasi Grunge, ritraggono un cielo giallastro e nuvoloso a campeggiare su vette montane innevate; un artwork di natura quasi fotografico-impressionista in cui, benché I colori usati siano prevalentemente toni chiari, le poche ombre riescono a far risultare il tutto molto cupo ed oscuro (nel senso filosofico del termine). A voler rimarcare il loro sperimentare un logo profondamente modificato nel suo restyling, non più dai tratti prettamente Black dei primi lavori ma ora pulito, sobrio e minimalista anche se molto più anonimo. Il titolo dalle origini latino-volgari,”Via Mala”, traducibile come “La via difficile” come in “la via viziosa”. Quale dei due significati il più corretto? Emulandone lo sperimentare ed il loro coraggio andiamo a scoprirlo! In quest’ottica analizzeremo la loro musica, fatta di testi dalla propensione poetica ed introspettiva. Il primo brano dall’introduzione docile e delicata, intitolato ”Nevica”, ci introduce alle sonorità dell’album. Suoni di chitarra puliti ed aperti accompagneranno un cantato in lingua nostrana. Ma da subito appare la natura contrastante della composizione musicale di questa band, una commistione di stilemi tipicamente Indie accompagnati da vocalità e percussioni più vicini al modo delle sonorità Metal. Voci in Screaming si alternano a cantati dalle intenzioni pulite ed ariose, su basi ritmiche che utilizzano spesso il “machine gun effect” nelle ripetizioni di singole note, tipico degli stilemi musicali Punk, fino ad arrivare a beat di natura quasi Doom Metal. Da subito apparirà poi palese una scelta sul suono delle percussioni e dei bassi che andrà presa come un dato di fatto e che non dovrà essere d’ostacolo per l’ascoltatore che vorrà fruire delle composizioni dell’ intero lavoro. Difatti cassa e chitarre basso, a cui le ritmiche da sempre affidano gran parte del corpo e delle fondamenta della musica cosiddetta “leggera”, appariranno molto opache e poco presenti; facendo risaltare molto di più la componente melodica e vocale. Una scelta comune alle produzioni italiane che definiremmo più “cantautoriali” (benché tale termine sia considerato dal sottoscritto un sopruso linguistico). Freddo e nevoso ,“Il Sentiero Del Cervo”, ripropone questa modulazione tra melodie ariose e pulite a contrasti più distorti nei colori e nelle forme. Questo brano, come molti altri, era già stato proposto dalla band sotto forma di promo nell’ottobre del 2016; promo di cui troviamo le tracce online sui loro canali ufficiali e da cui I brani sono stati qui riproposti, condividendone le caratteristiche sonore. Da “IL Solco” a “Maree” capiamo gli intenti più introspettivi della band. In quest’ultimo brano, dalla durata mastodontica di quasi 11 minuti, il sunto di questa visione poetica ed ideologica della loro musica. La reiterazione delle melodie dagli accenti sfuggenti e dalle riprese in tempi spezzati ci accompagnano nell’oscurità dei testi e delle loro sonorità cupe ma dai risvolti spesso luminosi e speranzosi. Ed è così che arriviamo a “Somnium” brano che, come da titolo, suggerisce un tono inebriante ma dai sussurri bui e tetri. A giudizio di chi scrive è questo il brano che incarna l’identità dell’album. Se fin qui, sia musicalmente che ideologicamente, non ce la sentiamo di osservarne una particolare presa di posizione filosofica, I testi di questo brano illuminano la strada che stiamo percorrendo. Un monito palese degli autori a vivere la vita nel coraggio delle proprie ambizioni. Ci accingiamo verso la fine con “Nami”, dal titolo asiatico (Nami in giapponese = Onda) e che ben presenta quelle componenti care al genere più Gothic come al Black Metal. Un avvicinarsi violento all’epilogo di un era, qui riassunta nei sette brani contenuti nell’album. E come spinti e strappati alla terra da un’onda devastante arriviamo a ”Spirale”. La conclusione di questa “lettura musicale”. Un vortice freddo e brutale, dal sapore squisitamente decadente. Il lavoro della band in questo album genera lo stesso spaesamento e sentore di frustrazione del buio. Ed è proprio in questa intenzione che lo scopo è pienamente raggiunto. Come il ritrovarsi senza punti d’appoggio, l’ascoltatore si sentirà strattonato a destra ed a manca, sbigottito ed impaurito. Particolare menzione va fatta nei confronti della voce di Filippo Magri che, benché nelle armonie non risulti sempre completamente integrata, appare ben strutturata e matura nelle tecniche di cantato in Screaming , dove non vacilla né nell’intonazione né nella struttura melodica, come nel corpo o nella presenza vocale. Nel complesso tuttavia I brani risultano alle volte molto lunghi e reiterativi nella composizione. Se da un lato il passaggio da un brano al successivo è indolore e continuativo, dall’altro emerge la sensazione di un frequente déjà vu. Queste ed altre caratteristiche lo rendono un lavoro dal sapore Bohémien e come tale va fruito e giudicato dall’ascoltatore. In questa visione d’insieme ci si sente di inquadrarlo come una lettura di un testo poetico, accompagnato da musiche dalle caratteristiche servili, simile ai recitati operistici di buona parte della musica classica. L’assenza di costrutti armonici è qui propedeutico allo scopo. Non troveremo infatti assoli e fraseggi di chitarra particolari e spesso i costrutti melodici saranno affidati alla semplice successione di riempitivi che non hanno mai l’ intenzione di volerci fornire un appiglio ritmico definito. Il tutto per il fine ultimo di guidarci in un viaggio introspettivo ed intimo. Consigliamo l’ascolto in situazioni in cui si possa concentrare l’attenzione sull’album nella sua interezza. Non sono questi i tipici brani “da viaggio in macchina”,da rumore bianco né da compagnia. Le scelte musicali adoperate in fase di mixing e masterizzazione, infine, richiedono l’ascolto attento ed (ahimè) preferibilmente in cuffia. Difatti, a giudizio di chi scrive, in casi come questo l’ascolto diretto da impianto penalizza molto il lavoro presentato, costringendo spesso l’ascoltatore ad adoperare una sua equalizzazione forzata che, per sua natura, va ad inficiare il lavoro e l’intenzione voluta dagli artisti stessi.

Addentriamoci quindi nella notte che si cela in noi stessi, percorrendo la via più difficile. Come direbbe Edward Abbey: “Possa il vostro cammino essere tortuoso, ventoso, solitario, pericoloso e portarvi al panorama più spettacolare. Possano le vostre montagne elevarsi fino alle nuvole e superarle”.

 

Matteo Musolino

68/100