Il progetto Wolves Den nasce nel 2014 e arriva al debutto discografico un anno dopo, con questo Deus Vult. L’album in questione vede tra le proprie fila tre musicisti (vi è anche un quarto nelle foto promozionali ma l’identità è sconosciuta) di cui due hanno fatto parte degli Equilibrium ossia il cantante Helge Stang ed il batterista Manuel DiCamillo. Dopo aver pubblicato l’album Sagas, i due amici si uniscono al chitarrista Mexx per formare una band meno cinematografica e più volta alla sostanza che non alla apparenza. L’approccio è decisamente più orientato ad un black metal crudo e freddo con una venatura decisamente meno fantasy e più drammatica, rispetto al passato. 

 

Dopo l’intro (“Via Lustrorum”) si entra nel vivo con la successiva “Gedeih und Verderb” dove emerge il marchio di fabbrica del gruppo ossia il già citato black metal (invero decisamente stereotipato e non votato certamente all’avanguardia) condito da diversi intarsi melodici e assolo molto curati. Una caratteristica che si ritroverà in parecchi altri brani e potrebbe essere un buon punto di partenza per i prossimi lavori. 

“Schwarzes Firmament” rievoca lo spettro dei primi Alcest mescolandoli ad atmosfere epico-sinfoniche sulla classica base black, con un intermezzo rallentato decisamente evocativo ed ulteriori ottimi lavori solistici. Il tutto sfocia in un malinconico ma riuscito finale. Uno degli apici del disco. 

“Deus Vult” ossia la titletrack è pregna di suggestioni epiche e battagliere con cori maestosi in sottofondo ed una sezione ritmica potente e decisa (forse però poco valorizzata nel mixing dell’album). Qui vengono ricordati parecchio gli Equilibrium per le atmosfere eroiche, ed in generale, per la sensazione di trovarsi in un poema fantasy di altri tempi.

“Grau wird Nebel” ingloba eleganza ed epicità norrene nelle melodie (alcune anche in acustico), combinandole con furia e velocità imbastendo nuovamente degli impianti strumentali dinamici e mai banali. Sul finire il pezzo diventa sempre più tempestoso e glaciale, in un crescendo intenso. “Dysterborn” è un pezzo abbastanza statico e banale. Una traccia sentita e risentita in moltissimi altri gruppi (Immortal fra i tanti). Si rivela essere una semplice canzone black metal con qualche lieve punta di melodia e nulla di più. “Sieche” rimette in circolo l’ottimo lavoro melodico proposto anche nei precedenti brani, integrandolo in maniera più che buona con la violenza sonora. Purtroppo però la traccia lascia poco non dimostrandosi in grado di reggere fino in fondo la prova del tempo. 

“VobisCum” persevera alternando sfuriate, rallentamenti e cori epici ma è l’ennesimo brano che dimostra il fatto che l’album sta perdendo colpi. Nemmeno questa traccia ha quella luce necessaria per brillare. “Mortis” ha il duro compito di concludere l’opera, attestandosi su tempi prevalentemente medi. In parte le quotazioni del disco si rialzano grazie al sempre ottimo e sfizioso lavoro negli assolo, pieni di epos e raffinatezza, ma dall’altro lato pervade una certa stanchezza compositiva che già si era esaurita dopo i primi brani.

 

Un disco che avrebbe potuto essere un fulmine nel buio, ma che a conti fatti, di dimostra un opera di mestiere. Ben fatto, ben suonato, con buone idee ma debole nella struttura. E questa debolezza mira pericolosamente il futuro. Ci si aspettano molte cose da questa band e si spera che i miglioramenti siano sostanziosi. Disco discreto.

 

 

Falc.

65/100