25 GENNAIO 2019

“A come Atrocità, doppia T come Terremoto e Tragggedia, I come Ir diddio, L come lago de sancue e A, come Adesso veng e t’ sfascio le corna”

Talvolta la mente umana compie degli strani virtuosismi con le associazioni di nomi, accoppiando questi ultimi a sensazioni che non sono per nulla appropriate. La beffa si consuma quando l’ilarità viene placata dai sonori calci sui denti inferti dai fatti successivi. A titolo esemplificativo si possono ricordare gli svariati personaggi che, pur accompagnati da nomignoli poco altisonanti, hanno rivestito ruoli storicamente importanti (Enrico I di Sassonia detto Enrico L’Uccelatore potrebbe bastare, ma non si possono certo tralasciare Pipino Il Breve e Bogdan il Monocolo) esattamente come, in ambito sportivo, gli appassionati calciofili ricorderanno lo scherno dei tifosi all’acquisto del giocatore in patria soprannominato Kakà, che ne fece esultare molti e piangere altrettanti (non parliamo poi di quando la stessa squadra tentò di tesserare il giapponese Nakata, che con KaKà avrebbe formato una coppia ehm…molto biologica diciamo).

Dunque, quando nel 2016 mi trovai di fronte al debut album di una band dal nome concettualmente abusato, involontariamente il mio cervello fece partire il climax di cui all’inizio, per un sorriso che si trasformò prontamente in stupore non appena premuto il tasto play.

Cinque ragazzi (Sandro “Syro” Seravalle e Francesco “Franck” Capitoni alle chitarre, Andrea “Lobo” Capitani al basso, Alessandro “Aroon” Brandi alle pelli e Giancarlo “Ian” Picchianti alla voce) provenienti dalla Toscana, terra che con l’heavy metal ha una certa affinità avendo dato i natali a gruppi seminali come Domine, Sabotage e Strana Officina tanto per citarne alcuni, uniti dalla metallica fede diedero vita a quel “Are you alive?” che, seppur con le attenuanti della scarsa esperienza, mostrava doti eccelse che hanno permesso ai nostri di fare da spalla in sede live a gruppi come Phil Campbell and the bastards sons e lor signori Iced Earth!

A distanza di un biennio circa, ci troviamo a parlare della loro seconda prova in studio, intitolata “Through the mirror”, un album che, è bene specificarlo fin da subito, riesce perfettamente nell’impresa della conferma! 

Il gruppo ci propone in questa sede un lotto di canzoni mature, ragionate e riflessive che vengono introdotte da ‘Waters of Acheron’ con l’iniziale chitarra quasi flamenco che lascia presto campo aperto al più puro heavy metal a stelle e striscie, sul quale si innestano con naturalezza partiture prog di derivazione Queensryche e sferzate thrash che potrebbero richiamare certi ultimi Death Angel.

Scenari di guerra si sprigionano in ‘Ashes of Warsaw’, con il suo riffing sostenuto e l’apertura ariosa del ritornello, caratteristica questa che tornerà spesso nel disco: una sorta di schiusa musicale alla speranza, in fronte a temi che di speranza ne portano ben poca!

Melanconica irrequietezza tra le note di una coinvolgente ‘Empty Soul’, con la ricercatezza delle sue parti vocali recitate da un interprete, Giancarlo “Ian” Picchianti, dotato di estensione e varietà tonale sufficienti ad introdurre l’ascoltatore nelle molteplici sfaccettature dell’introspezione (e scusate se è poco!). Un pezzo che si chiude con un cambio di tempo all’insegna della modernità, quasi a là Godsmack, testimonianza di quanto vario può essere questo prodotto.

E’ il parto di una band giovane ma non per questo priva di personalità o preparazione tecnica ed a corroborare questa affermazione arriva il quarto pezzo, nientemeno che la titletrack ‘Through the mirror’: una strumentale che in pochi si possono permettere, imperniata com’è su un giro di chitarra che si imprime a fuoco nella mente e che si dimostra fantasiosa e vivace; del tutto estranea al concetto di noia.

La ballad ‘Imagine the day’, sostenuta da alcuni passaggi di batteria che evidenziano una volta in più la perizia di un Alessandro “Aroon” Brandi assolutamente sugli scudi, ben si amalgama al contesto e coltiva il terreno per i ritmi più sostenuti di ‘Decide or Die’, che certamente movimenterà il pubblico in sede live, nonché per il groove ricco di pathos della splendida ‘Sadness ‘n Tears’, che si apre con un arpeggio tanto caro agli ultimi Maiden, senza però che questo sia protratto all’infinito ed aumentando invece celermente il wattaggio.

‘Fragments’, frammenti e cocci da raccogliere per il proseguo di un viaggio che termina con la vitalità intrinseca di ‘Dreams of  freedom’ e l’incedere marziale di ‘Fallen Apart’, Porti Grigi di questo microviaggio nel macromondo.

L’impressione finale è quella di trovarsi dinnanzi ad un lavoro introspettivo ed emozionale, da ascoltare ripetutamente per poterne cogliere particolari, virgole, figure retoriche ed innumerevoli sfaccettature.

Un prodotto che lascia da parte una quota dell’irruenza dell’esordio a favore di aperture melodiche più presenti, senza però che vi sia una reale incidenza sull’impatto generale, qui maggiormente imperniato sulla visione d’insieme del platter, che deve essere assimilato nella sua globalità anziché considerando i singoli pezzi che lo compongono.

Un disco che forse vuole bruciare le tappe, tanto forte urla una raggiunta maturità e che carica il pubblico di ulteriori aspettative, fatto che ovviamente non deve essere portatore di negatività, bensì fungere da stimolo per i componenti del gruppo.

Quello che gli Athrox compiono è un salto triplo da podio olimpico dallo status di “sorpresa” a quello di “conferma”, nella speranza che questi cinque toscani possano spiccare definitivamente, e meritatamente, il volo nel prossimo futuro.

 

Tracklist:

1.      Waters of Acheron

2.    Ashes of Warsaw

3.     Empty Soul

4.    Through the mirror

5.    Imagine the day

6.    Decide or die

7.     Sadness n’ Tears

8.    Fragments

9.    Dreams of freedom

10.  Fallen Apart

 

Dario Carneletto

82/100