22 MARZO 2018

 

I Kantica sono una band nata nel 2014 dalle ceneri dei fu Keeper of Time. A capo del progetto vi è Matteo Venzano, uno dei due chitarristi dell’attuale formazione, a caccia di melodie sì riconducibili al power ed al symphonic più classici, ma anche di altro. Difatti, ciò che “Reborn in Aesthetics” rappresenta è un miscuglio, nel senso buono del termine, che prende spunto dalla musica classica, da melodie esotiche, oltre che all’heavy.

E ci sarà riuscita la formazione nostrana nell’intento?

Più o meno.

Da una parte troviamo una line-up frutto di anni di mutazioni, composta da gente che questo mestiere lo pratica con una certa abilità, indi il lato tecnico è più che soddisfacente. Ad aiutare vi è anche una produzione solida e il risultato stilistico in se non tradisce le premesse. D’altro canto abbiamo un disco che si fa apprezzare, ma fatica a lasciarsi andare, a trovare quel quid che avrebbe potuto renderlo un qualcosa di più di ciò che è. Di più di un semplice buon lavoro.

“Reborn in Aesthetics” è, per rendere chiara l’idea, quel fiore che in mezzo al prato riesci a notare, ma se guardi più attentamente noti qualcosa di strano. Non un esercizio di stile, sia chiaro, di buoni pezzi la scaletta ne è piena, ma di “Albatross” ce ne sono poche.

E visto che l’abbiamo citata…

“Albatross” è il classico pezzo completo, colmo di sfaccettature, cambi di ritmo e che in sede live può essere una bella freccia da scoccare. La cantante Chiara Manese, dopo una cavalcata iniziale, guida col giusto appiglio e trasporto quel che segue. La fase orchestrale, nella seconda parte della traccia, rapisce, e, strumentalmente parlando, l’assolo finale arricchisce un già ottimo brano.

Di buon livello anche “Lovecide”(di cui gli ultimi 50 secondi sono da pelle d’oca), l’opener “Fascination of the Elements” preceduta dalla consueta breve strumentale “(Re)Born Unto Aestheticism”, “Mescaline” e “And then there was pain”.

Ma l’altra traccia che voglio porre sotto esame è forse una delle più insospettabili, “Illegitimate Son”. Questo è il pezzo, di tutto l’album, che sin dalla prima volta che affrontai questi cinquanta minuti di sinfonia mi colpì. Di solito, dopo svariati ascolti, si tende a cambiare idea, a preferire alcuni frangenti anziché altri per poi variare, a tornare sui propri passi per solcarne di nuovi. Ebbene questa traccia è rimasta, per me, una costante. Non stiamo parlando dell’episodio più completo, più riuscito o quant’altro, è uno di quei brani dove tutto funziona. Dove Chiara Manese, forse più che in tutto il resto dell’album, è riuscita a mettersi il carico sulle spalle a partire; la traccia la trasporta, la guida, e quando è il momento la lascia andare, permettendogli di evolversi e vivere. Per poi rincontrarsi e completare assieme il viaggio.

Come detto poc’anzi tra le mani ci ritroviamo un buon lavoro, che necessita di più di un ascolto per essere assimilato, ma che sin da subito sa mostrarsi per quel che vuole rappresentare: non il solito metal sinfonico ormai proposto da centinaia di altre formazioni. I kantica, seppure impacchettando un bel biglietto da visita, devono comunque far tesoro per le uscite future, perché sì stiamo parlando di un debut…. e di debutti perfetti non esistono o quasi, ma avessero fatto più leva sul lato emozionale, cercato ancor di più un’anima propria anziché assorbire per osmosi il lascito di pilastri come Nightwish, Epica, Rhapsody e Avantasia forse, e sottolineo il forse, avremmo avuto tra le mani un potenziale album da top ten 2018. Ma così non è stato.

In conclusione va ascoltato.

 

Jonathan Rossetto

71/100