Reflections è la fatica discografica dei MindAheaD, band metal originaria di Pisa, nata nel lontano 2010, per volere del chitarrista Nicola D’Alessio, a cui si uniscono presto Kyo Calati e Francesco Novelli per quanto riguarda le voci, Matteo Prandini al basso e Matteo Ferrigno alla batteria. Dopo un cambio di formazione, nel 2016, Guido Scibetta completa la line up come chitarrista. Il sound dei MindAheaD unisce estratti del metal più duro, come il death, ad altri più melodici, più tipici di sottogeneri come il prog. Dal disco qui preso in analisi si riesce a percepire la spinta di un sound “futurista”, che sfrutta le tecnologie di effetti di produzione e postproduzione come effettivi strumenti che costruiscono un’atmosfera quasi fantascientifica. 

L’album si apre con Reflection, una intro di un minuto, nella quale domina uno struggente pianoforte in una surreale atmosfera melanconica. Reflection lascia il posto alla prima vera canzone del disco, Remain Intact, che in principio non si discosta troppo dalla precedente. Delle voci di storte in sottofondo, coperte da suoni di contorno introducono un brano all’apparenza lento, ma che si lascia andare a quelle influenze del metal più estremo sopracitate. Caratteristica non solo di questo brano, ma dell’intero album, è la compresenza, il connubio tra la voce rude e graffiante di Francesco Novelli e quella più melodica, più pulita di Kyo Calati. Purtroppo la parte strumentale copre troppo la parte canora, il che impedisce all’ascoltatore di godere a pieno dell’unione-differenza delle due voci. Altro tratto tipico, riscontrabile nella maggior parte dei brani del disco è la presenza di intermezzi che si discostano dal tema principale, che spesso lascia spazio a quella che sembrerebbe musica di sottofondo o da colonna sonora. È quasi impossibile percepire il passaggio da Remain Intact alla seguente Mind Control. Questa si apre con un violento blast beat accompagnato dalla voce melodica di Kyo, mentre dove è presente Novelli, il blast beat manca, come se si volesse creare una sorta di contrasto ancor più netto fra le due parti canore: quella più melodica è accompagnata da una batteria più violenta, viceversa per quanto riguarda quella più sporca. Mind Control non si distacca troppo dalla precedente, né per quanto riguarda il tema, né per quanto riguarda gli elementi che la compongono. 

On The Dead Snow si presenta all’inizio come il brano lento del disco, o per lo meno quello più “armonioso”, ma sebbene i primi minuti del pezzo siano in mano a Kyo, anche qui si sente forte l’influenza del death, che prende possesso della canzone e restituirla nuovamente alla voce femminile per l’ormai classico intermezzo lento, che sfocia infine in un elaborato solo di chitarra. Anche qui è difficile percepire il termine di On the Dead Snow e il conseguente principio della lunga Amigdala. Questo pezzo si aprile con un modesto riff di chitarra, che entra quasi in silenzio, accompagnato da un sottofondo di voci. Pian piano cresce, per poi lasciarsi andare ad una prima parte omologata al resto del disco, in cui fanno da padroni le potenti schitarrate distorte e le voci in scream e growl. Ma poi ritorna quell’atmosfera cupa che aveva caratterizzato l’inizio del brano, ritorna il tema del riff iniziale, accompagnato stavolta qua e là da assoli di chitarra. Le voci rientrano contemporanee per la cavalcata finale degli ultimi tre minuti, durante i quali convogliano tutti gli elementi tipici del brano, dal tema iniziale, a quello più potente, fino ai virtuosi soli di chitarra, che chiudono la canzone. 

Emerald Green Eyes, invece, non si discosta molto dalle linee guida dell’album, se non per un ritornello molto più melodico e “prog” rispetto ai brani precedenti, e per l’intermezzo che stavolta presenta una parte parlata in italiano. È un brano che, nonostante il suddetto ritornello, sente maggiormente l’influenza del death, un brano che riporta l’ascoltatore sui binari iniziali di Reflections dopo la lunga Amigdala. Emerald Green Eyes termina con una sfumatura e per la prima volta riusciamo a percepire il passaggio da un brano al successivo, come se qui si concludesse la prima parte del disco, quello che in un altro secolo avremmo chiamato “lato A”. 

 La seconda parte si apre con la lunga The Mask Through The Looking Glass, divisa in due parti, la prima è una strumentale di due minuti, in cui dominano chitarre classiche e orchestrazioni. Segue la seconda parte, in cui tornano prorompenti le due voci, qui molto più versatili che altrove: Novelli si lascia andare a parti cantate con voce naturale, mentre Calati accarezza note più basse di quelle a cui ci ha abituato per tutto il disco. Verso la fine un intermezzo lento recupera il tema della prima parte del brano, per poi tornare su atmosfere più violente per la conclusione. Sicuramente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui si possono percepire le doti musicali della band, tra virtuosi soli e abilità compositive.

Giungiamo dunque all’unico brano lento del disco, la struggente ma sempre bellissima Farewell, in cui Kyo può esprimersi appieno, in un coro di registrazioni della sua stessa voce, accompagnato da chitarre classiche, orchestrazioni e qua e là dalla (tenue) presenza di Novelli. 

Chiude il disco Three Sides of a Dangerous Mind, una lunga cavalcata di nove minuti in cui convergono tutti gli elementi caratteristici della band di Pisa e dell’album Reflections. Sicuramente non una traccia che si staglia dal resto della tracklist, ma sicuramente emblematica per lo stile del gruppo. Ottima scelta porla in chiusura, accompagnata dalla sola Memories, della breve durata di un minuto e venti secondi circa, una strumentale sullo stile di Reflection, che aveva aperto questo lungo percorso dentro la mente umana proposto dai MindAheaD. 

Il sound della band di Pisa, come detto, unisce il metal più violento a sonorità più leggere, che spesso strizzano l’occhio al pop orecchiabile. Un miscuglio ben riuscito e amalgamato, che restituisce un album di ottima fattura, quasi privo di pezzi “catchy”, perché probabilmente il gruppo punta più sulle proprie abilità compositive, nel tentativo di sperimentare quante più influenze possibili. Scopo raggiunto pressoché appieno. Unica nota negativa forse è il fatto che le voci non risaltano troppo rispetto alla base strumentale, quando invece dovrebbero essere uno dei punti di forza. I MindAheaD restano comunque una bella realtà per gli amanti del metal e soprattutto per chi volesse ricercare sound elaborati e complessi, e non prodotti troppo semplici volti alla mera commercializzazione. 

 

 

Avalon

93/100