13 SETTEMBRE 2017

“Nel mezzo del cammin di nostra vita


mi ritrovai per una selva oscura,


ché la dritta via era smarrita.”



Gli Starbynary sono nati nel settembre del 2012 dalla mente di Joe Caggianelli, per oltre una decade cantante dei Derdian, e da allora sono trascorsi cinque anni.
 In questo lasso di tempo hanno prodotto l’album di debutto, “Dark Passengers”, annoverando nella formazione anche Leo Giraldi alla chitarra e Luigi Accardo alle tastiere; senza dimenticare Mike Lepond (Sinphony X), come ospite, al basso.
In quel debutto era ancora percepibile  una matrice power metal, decisamente più solida rispetto alla seconda uscita, che andremo ad analizzare, in cui si avvertono di più venature progressive metal.
Da segnalare l’entrata in formazione di Sebastiano Zanotto al basso ed il triestino Andrea Janko alla batteria.
 E’ un disco ambizioso con alle spalle un lavoro  ostico ma passionale, il risultato finale è complicato da spiegare in quanto non per tutti. L’opera si ispira all’inferno dantesco, di cui ripercorre i canti più famosi, e riprende alcuni dei versi più salienti proponendoli in una traduzione pedissequa. Solo eccezionalmente ritroviamo le parole originali  del Sommo Poeta.
Dei tagli erano d’obbligo per rendere più fruibile il tutto e a conti fatti si avverte ogni tanto la necessità di limare qualche passaggio qua e là.
Sia chiaro stiamo parlando di un grande album,  oltre un’ora di grande musica, ma alcuni frangenti andavano ulteriormente sfoltiti  alleggerendo il carico e rendendo più incisivi dei pezzi  in cui si ha la sensazione di attendere un qualcosa, un guizzo musicale improvviso degno della costruzione del brano, degno dell’atmosfera, degno delle liriche a cui gli Starbynary si ispirano. Ed alle volte arriva.
“In Limbo – Canto IV” è forse l’esempio migliore per descrivere tale sensazione. Il crescendo strumentale, accompagnato dal cantato di Caggianelli, si evolve gradualmente da leggero, per quanto teatrale e malinconico, a più duro e “fracassone”, per poi giungere al frangente 2:40-3:25. In maniera quasi netta torna a farla da padrone il piano, cavalcando le note che aprono la traccia, per poi essere travolti da un assolo di chitarra imponente, colmo di qualunque cosa, una gigantesca onda anomala impossibile da scansare. Un’onda che sembra sconclusionata, sembra non saper dove andare, sembra una delle tante anime imprigionate nel Limbo. Uno dei momenti più interessanti di tutto il pacchetto.
“Paolo e Francesca – Canto V” invece mi è utile per un altro motivo: le liriche. Joe è bravo sa imprimere una certa emotività nelle linee vocali, sebbene non sempre determinante quanto basta, e quando canta in italiano, in quei pochi versi, fa venire i brividi; “Galeotto was the book and who wrote it!” non andava proprio tradotto perché nel volgo italico avrebbe reso decisamente meglio che nella versione incisa.
Le liriche nella lingua di Albione son buone sì, ma il tutto sarebbe probabilmente risultato più calzante  con un uso maggiore di passaggi in italiano.
 Tutto sommato, tornando alla traccia, stiamo parlando di uno buon pezzo che si evolve gradualmente; la progressione viene arricchita da alcuni piccoli intercalari strumentali che quasi vanno a dipingere la situazione sentimentale della coppia, e l’esplosione melodica, successiva al verso poc’anzi criticato, eclissa la discutibile scelta stilistica regalando un altro gran momento all’ascoltatore.
Da sottolineare pezzi come “Seventh Circle”, “Ulysse’s Journey” e “The Tower of Hunger”. Mentre è meritevole di analisi la conclusiva e dreamtheateriana “Stars”: una suite di oltre undici minuti, suddivisa in tre atti (“Lucifero”, “Cosmo” e “Finally Ascendant”) che conclude col botto un bel percorso. Sin da subito l’ascoltatore intuisce la potenza del brano, grazie al pianoforte iniziale, con i suoi attacchi e le sue scale, suggestivo e a suo modo inquietante; “Lucifero” poi si abbandona agli attacchi più ruvidi e violenti guidati dalla chitarra di Giraldi. Si ha proprio la sensazione si star davanti a lui, “The emperor”, tutto grazie a delle atmosfere appaganti e dei cambi di ritmo che incidono parecchio.
La cavalcata strumentale del 5:14, propria di “Cosmo”, è da headbanging assicurato. Mentre le tastiere che susseguono sorreggono da sole tutta la scena, preparando, così, l’ultimo atto: “Finally Ascendant”.
Non un disco per tutti, non facile da assimilare, ma meritevole di grandi lodi. La virata progressive porta i suoi frutti, tra cambi di ritmo ed ottima tecnica, confezionando un prodotto di buon livello.
 La produzione, seppur buona, impasta troppo il suono. Non sempre i brani incidono come nelle intenzioni e compensano con un eccessivo affidamento sulla teatralità.
A conti fatti i 67 minuti scorrono, gli Starbynary stupiscono e la voglia di riassaporare la fatica dei nostri compatrioti non manca, anzi abbonda. Quindi premiati per il coraggio, perché non c’era nulla di semplice nell’intraprendere e portare a compimento un lavoro del genere, e per la qualità del risultato finale. Buon ascolto.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.”
 
Jonathan Rossetto


85\100