23 OTTOBRE 2017

Abysmal Growls of Despair è una delle tante creature di Hangsvart, un polistrumentista francese di Toulouse, che sicuramente non soffre di crisi compositiva, in quanto è già arrivato ad un impressionante numero di 11 full-length in solo 4 anni, oltre ad altri 6 EP e 2 split. Se a tutto questo aggiungiamo poi che il nostro transalpino tiene in vita altri numerosi progetti tra quali Plagueprayer, Catacombs e Hangvart, oltre a prestare la propria voce agli Ancient Lament e agli Arrant Saudade, il termine di stakanovista del Funeral Doom glielo possiamo benevolmente attribuire.
Tra i suoi tanti album, “Worst Putrid Tongue”, pubblicato nel 2016 dalla grande Satanath Records, sicuramente è un lavoro particolare e strano, anche se di sicuro non uno dei suoi cavalli di battaglia. 4 lunghe tracce, con la durata totale di quasi 50 minuti, che rinchiudono in sé un mondo buio e macabro, fatto di un Funeral Doom secco ma dotato di atmosfere tetre, che evidentemente puntano più sulle sonorità che sulle capacità compositive, e si presentano come una dolorosa ed estrema espressione di disagio esistenziale che non lascia spazio a troppi slanci melodici o ad aperture atmosferiche: le note grottesche del musicista gallico sembrano il lamento di una mente imprigionata negli abissi più profondi e più freddi di un cadavere in avanzato stato di decomposizione. Troviamo pure brevi inserimenti di chitarre acustiche e tastiere leggermente stonate, con un suono scarno e lacerante, che si alternano ad un sound decisamente Drone, costantemente ripiegato su se stesso, chiuso in una posizione fetale, come pure il basso dal suono marcio che sembra trascinarsi a fatica e che spinge non troppo timidamente verso i territori lugubri dell’inferno. La batteria risulta invece quasi un elemento di contorno, sono principalmente i piatti a farsi sentire, scandendo lentamente i ritmi, mentre il resto in sottofondo, insieme al growl cavernoso e profondo, oserei definirlo anche putrido, che tenta di riempire il vuoto abissale in cui vengono imprigionate le anime degli eterni peccatori.
Tutto sommato, al di là dei soliti clichè e la mancanza della personalità di questo disco, in quanto dopo alcuni lavori mostruosi e brillanti realizzati nel passato ci si aspetta di più da un artista come Hangsvart, i presupposti che abbiamo bastano per definire questo disco un piccolo esperimento, un viaggio verso i bassi fondi nella ricerca di nuove idee prolifere e di una propria identità dentro questo genere complesso e con una concorrenza molto dura e spietata. Insomma il disco è una prova micidiale, rivolta senz’altro a pochi audaci, che avranno la pazienza e la perspicacia di scoprire lentamente tutti i mostri di un’anima agitata e molto controversa come Hangsvart.

 

Dmitriy Palamariuc 
70/100