Russia, lo stato con la superficie più vasta del pianeta, di cui la metà quasi disabitata. Una nazione difficile, fiera, con i suoi demoni interiori, con un male perenne che striscia nel suo grembo. Ma, tra le gelide e aride lande, sono nate molte realtà validissime che nonostante una situazione instabile sono riusciti ad emergere dall’oscurità. Nell’ambito thrash metal (a dire il vero condito da diverse sfumature techno-thrash, e qualche concessione a parti più estreme), sbuca fuori una nuova band, un quintetto chiamato Bone Cracker, con un album, titolato Пороки (o Mopokn). Non è dato sapere se sia il debutto, in quanto è difficile reperire informazioni su questo gruppo (biografia compresa) quindi si andrà direttamente all’analisi del CD in questione. 

 

L’album si apre con “Костолом”, traccia molto tecnica, con un riff di chitarra nervoso ed un cantato (rigorosamente in lingua madre) sporco ed agguerrito molto simile ai primi In Flames (Anders Fridén era). L’atteggiamento musicale ricorda molto i Sodom più ragionati, combinando bordate thrash, a parti strumentali più elaborate. Segue poi “Черви”, una traccia più spedita, stile Slayer con un riffing deciso e chirurgico, assemblati ad una atmosfera malsana e cruda. Si nota una più che buona cura alla costruzione scheletrica della canzone, un pochino meno i ritornelli che, oltre alla difficile assimilazione a causa della lingua non proprio facile, risultano poco a presa rapida per tutto il corso del disco. “Проклятие Пустыни” a sorpresa inizia con delle percussioni simil-tribali per poi sfociare in una bordata violenta e potente con qualche concessione al cantato pulito che, nonostante tutto, è ben integrato nella canzone. Canzone che si incattivisce sempre di più con il passare del minuti specie dopo la metà, dimostrandosi una delle più interessanti del disco. Il pezzo successivo, “Скульптор Плоти”, è un'altra sfuriata crudele, che va a toccare i confini del death metal. Si rivela una traccia che si inasprisce con lo scorrere del minutaggio. “Бункер”, è un ulteriore ed interessante tassello del disco. Inizia con un intro oscuro di basso, per poi proseguire con un andamento lugubre e malvagio dove il sound viene sputato in faccia con cinismo nero. Molto interessanti i guitar solo, mai banali o scontati che, soprattutto in questo brano, puntano molto sull’aspetto “melodico” senza risultare eccessivamente fuori luogo. Le ultime tre tracce dell’album denotano una certa stanchezza di fondo, una poca ispirazione, dimostrandosi dei tiepidi riempitivi. “Чупакабра” è una rasoiata thrash senza compromessi divisa in due parti non proprio amalgamate a dovere (una prima parte ignorante e “cazzona” ed una seconda più tecnica e schizzoide), “Сома” e “Вдова в Дрова” sono canzoni tutto sommato godibili ma nessuna delle due presentano particolari sussulti. Vi è un buon compromesso tra tecnica e potenza ma il tutto si esaurisce senza lasciare nulla nel cervello dell’ascoltatore. 

 

La prova di questa band tutto sommato si rivela buona, apprezzabile specie per chi apprezza particolarmente il genere. L’originalità è latente per una percentuale notevole e ciò rischia di segare le gambe a questa realtà dell’Est Europa. Ci si trova nel classico limbo dove tutti cercano di entrare in una porta piccolissima allo stesso tempo. Basterebbe ragionare un attimo e ci si accorgerebbe che ci sono altre vie, ma solo chi sviluppa una propria identità vincerà davvero. Per ora un disco come questo ha le armi per difendersi ma non per attaccare a dovere.

 

Falc.

60/100