8 OTTOBRE 2018

Celestial Crown è un gruppo baltico, formato nel 1999 in Estonia, e ha all’attivo 3 demo e 5 full-length, una vera rivelazione data l’ubicazione geografica del progetto. In perfetto stile dei vecchi Paradise Lost e Cradle of Filth, la band presenta una musica molto particolare, un metal molto ruvido ed oscuro diluito con una miscela irresistibile di voci femminili pulite, ruggiti gutturali e forti elementi di Doom e Black che danno più compostezza e pesantezza. Sorprendentemente l'ultimo album, “ Rebirth”, è stato registrato nello studio casalingo della band, eppure vanta un suono straordinariamente professionale con voci che risuonano chiaramente su un mix strumentale ben bilanciato. Come struttura, la band comprende Denis Volnkin (voce), Sergei Vlassov (chitarra e basso, batteria, synth e voce), Aleksandr Shelepenkin (chitarra ritmica e basso, tastiere e batteria) e Viktoria Seimar (voce femminile) ed insieme fanno una musica bella, anche romantica, ma con delle sonorità ruvide e graffianti. Ottimo il songwriting ed i testi, che li fanno assomigliare un pò ai cugini russi Autumn Rain Melancholy. Ottime anche le chitarre, con un suono decisamente tenebroso, ma allo stesso tempo anche aggressivo. Oltre a tutto ciò, la classica contrapposizione tra la voce femminile soave, ma allo stesso tempo decisa, e quella maschile che alterna passaggi di clean meditativo, di stampo Doom, a dei scream violenti, di stampo decisamente Black Metal, è uno degli elementi del filone gotico del Doom ripresi dai Celestial Crown in maniera più che soddisfacente. Altra peculiarità ripresa dal Gothic-Doom sta negli arrangiamenti: gli inserti melodici delle chitarre, le armonizzazioni più o meno invadenti fornite dagli archi e dalle piacevoli sonorità delle tastiere piazzati sapientemente all'interno di tutto il "Rebirth" rendono l'intero disco un’amalgama molto piacevole, dal mood caldo e avvolgente. Le chitarre fanno un uso piuttosto intelligente con tanto di riff cadenzati e intriganti, come quelli all'inizio di "Awaken" o quelli nel mezzo di "Deep Blue", quanto di soluzioni più massicce e incalzanti. La sezione ritmica, dalla sua, supporta in maniera adeguata l'opera, creando tappeti volti a definire le più oscure profondità atmosferiche, con accelerazioni di stampo quasi Black Metal, senza mai esserlo davvero. Traccia dopo traccia, seguiamo quindi l'evolversi statico ma perenne della proposta del gruppo, che su queste note adagiano pensieri e riflessioni sul cosmo tanto quanto sull'esistenza umana, con i suoi dubbi e le sue sofferenze.

Non si può non parlare anche dell'ambiziosa traccia "Chaos reigns over", che amalgama la voce pulita di Viktoria con passaggi di parole pronunciate e ringhi strazianti con una sorprendente dose di metal pesante. Mentre la canzone si trasforma in follia con risate in loop e contrabbasso martellante, si percepisce una svolta insana verso la violenza e si concede un po' di tensione con l'apertura orchestrale di "Consumed by Fire", adottando un tono sottile, ma allo stesso tempo inquietante. Le voci femminili sono particolarmente efficaci qui, ben distribuite senza indulgere in eccesso, aggiungendo melodia e profondità alla canzone senza smussare il bordo metallico della musica. La band continua ad impressionare mentre esplora il lato più romantico del loro sound con elementi di Sisters of Mercy che emergono tra i riff della prossima track , dalle atmosfere decisamente doomy, “Awaken”, che presenta un riff macinante contro un ritmo pesante e sonnambulo, mentre i synth addolciscono il suono, rimanendo però sottomessi al potere del riff onnipotente. Aprendosi con una nota più orchestrale, "Beyond the horizon" ha un tocco stravagante con le sue corde pizzicate, che precedono un riff malato ed insano, che lo contraddistingue come la traccia più pesante dell'album, con parti vocali maestuose e spumeggianti, ricordando il tanto decantato album "gotico" di Paradise Lost. Questa è anche la prima traccia in cui appaiono voci maschili pulite , ma queste sono meno ben distribuite e soffrono particolarmente del confronto con i toni impennati di Viktoria. Le voci pulite appaiono pure in "Collapsed Reality", ma questa volta vengono consegnate in toni sonori che ricordano My Dying Bride ed i Therion, l'impatto è molto maggiore rispetto alla traccia precedente. Qui la divisione doom /death viene abilmente gestita e la canzone si rivela un highlight dell'album con la sua melodia memorabile e riff potenti e inarrestabili. Sottile e sfumato con un bordo quasi Progressive, “Deep Blue” ci mostra un assiduo lavoro da parte della chitarra solista incentrata su riff lenti, meditativi e voci potenti, fornendo all'ascoltatore un po' di respiro prima che il pezzo esploda definitivamente in una battaglia mortale. Più pesante, più scuro e con quel forte bordo di tristezza che ricorda ancora una volta My Dying Bride, “Reflection in a mirror” ha un'atmosfera densa con l'oscurità occasionalmente punteggiata dalla voce di Viktoria che richiama l'ascoltatore sempre più in profondità fino a quando emergono nel vorticoso mistero dell’infinito cosmico. "Dark Forest" invece è un'epico inno, con chitarre armoniche e voci riccamente strutturate che lavorano sempre per creare una magica ed avvolgente atmosfera. L'album termina con “Gazing Demise”, un pezzo denso e molto ricco di forme ed innovazioni che fornisce all'album una fine colminante e trionfale. Nonostante è la traccia più lunga dell'album, ma la band usa il tempo in modo efficace per tessere la loro rete incantatrice attorno all'ascoltatore un'ultima volta, facendolo perdere il senso del tempo e dello spazio. 

A conti fatti, la rinascita che ha dato quest’album a Celestial Crown impressiona continuamente. La band ha ovviamente investito anima e corpo nella realizzazione di questo lavoro maturo ed impegnativo e l'ampia gamma di influenze rende l'ascolto costantemente coinvolgente. Nonostante la produzione casalinga, non si ha l'impressione che questa sia una pubblicazione low-cost e la band dovrebbe essere giustamente orgogliosa del suono cupo e potente che ha ottenuto nel disco. Naturalmente, una buona produzione è nulla senza delle linee-guida e senza delle idee giuste, ma ognuno dei nove pezzi di "Rebirth" riesce a farsi notare dall'ascoltatore e di trasmettergli l’impazienza di notizie e nuove uscite da parte del gruppo baltico. 

 

Dmitriy Palamariuc   

80/100