19 NOVEMBRE 2017

Questa volta mi trovo a recensire una piccola chicca, Drifting to the impaled, dei quasi sconosciuti Encrypted, band portoricana di vecchia data, formatasi nel 1998, ma che non è mai riuscita a sfondare ed a farsi notare per ciò che in realtà meriterebbe. Questo EP di sole sei canzoni venne originariamente composto nel 2001, presumibilmente nella capitale San Juan, quartiere di Bayamòn, ma non vide mai la luce come vera e propria release discografica, non fu mai totalmente preso in considerazione da una delle varie etichette.
Un vero peccato, perché il quintetto fa della gran bella musica, molto articolata, totalmente metal ed esprime una potenza davvero brutale. Si sa poco degli Encrypted, le fonti cartacee sono quasi del tutto inesistenti, per non parlare di quelle online, datate e frammentarie. Basti pensare che la loro pagina ufficiale Facebook  non viene aggiornata dal 22 Agosto 2015, dove l’ultimo post recita un curioso “We welcome our new guitar player.... Edwin Rivera…[...]”.
Con altrettanta grande curiosità inizio l’ascolto dell’album iniziando dalla prima track, Anguish of the crucified e fin da subito rimango impressionato dalla cattiveria e dall’odio che gli Encrypted riescono ad esprimere: un minuto di introduzione mista tra rumore ed iniziazione sfociano in un metal duro e puro, brutal al 100%.
Nella successiva title-track, Drifting to the impaled, si ha la dimostrazione dell’enorme potenziale della band: in soli 2 minuti e 14 secondi si susseguono riff molto duri, che vanno a braccetto con la rabbia e l’agonia espressa dalla voce di Jay Collazo, brutale come poche.
Terza corsa, Dawn of grief. La canzone inizia con la voce di una bambina che ripete candidamente “Jesus is dead” e poi inizia una fittissima trama di riff malvagi e potenti, coronati dalla molto presente e durissima batteria di Noel Callejo.
Quarta song, Lair of damnation, bell’arpeggio e passaggi melodici anche solistici dei due chitarristi Wilfredo Gonzalez ed Edwin Rivera (non è ben chiaro quale parte abbia registrato uno e quale l’altro). Una delle tracce più complete dell’EP, davvero, non manca proprio di nulla.
Quinto stop, Slowly they gather, finalmente si sente un po’ di più il basso di Weslie Negron in questa canzone strumentale dall’anima cupa ed in qualche modo delirante. Vengono riproposti alcuni piccoli passaggi melodici forse già sentiti, ma sempre mantenuti nel mood maligno costante fino a questo punto dell’ascolto.
Sesta ed ultima traccia, Sin my soul. Pochi dubbi, brutal death metal incazzato e feroce. Due minuti e mezzo di liriche demoniache e sequenze di riff cattive e martellanti, senza pietà. Quel breve respiro a un minuto di durata fa immaginare un passaggio progressive, che in realtà non avviene. Così come in Dawn of grief, la traccia finisce con del parlato (ammetto di non avere colto la provenienza di entrambe le citazioni cinematografiche, ma sfido chiunque a capirle al volo).
Cosa non mi è piaciuto: il mixing ed il mastering. Apprezzo le opere prime e grezze delle band quasi più delle produzioni milionarie, ma purtroppo il suono globale di queste sei tracce è davvero troppo acerbo e grezzo, per i miei gusti, al limite dell’home recording. La tecnica c’è, la musica pure, le intenzioni anche, ma il suono delle chitarre risulta troppo impastato, le vibrazioni del basso sono troppo confuse, la voce (davvero notevole), fa a pugni con le percussioni (troppo presenti), gli assoli non “sfondano”. Ma date a questi metallari strumentazione adeguata e vedrete che uscirà fuori qualcosa di estremamente bello.

 

 Alessandro ‘King’ Arzilli
80/100