Dall’unione di membri di diverse bands locali e dopo un cambiamento di monicker, nel 2016 nascono i Morass Skoffin, gruppo tedesco, autore di un death metal abbastanza canonico ma non privo di interesse. Il quintetto esordisce con il primo full lenght il 12 febbraio, disco che si intitola Blindfold. L’undeground ancora una volta dimostra che la fame di musica è sempre alta e nonostante i grandi nomi del passato stiano svanendo (notizia di questi giorni è la morte di un'altra icona, piaccia o meno, della musica, George Michael). Non bisogna mai scordarsi di ricordare a tutti che il vero appassionato di musica si vede anche ai concerti “minori”, quindi sia sempre supportato chiunque, sia esso un big, che il gruppo che suona nel piccolo bar malfamato sotto casa. Sia perdonata questa piccola deviazione del discorso, ma si necessita sempre di dare un messaggio importante legato al contesto in cui ci si trova. Bando alle ciance e si passi quindi ai fatti.

 

Dopo l’intro si arriva alla prima vera traccia del disco, “Misanthrope”, una canzone che parte molto lentamente con riffs doom catacombali accompagnati da una sezione ritmica possente e precisa che per tutto l’arco del disco saranno la colonna portante del sound della band. Le chitarre delineano melodie di stampo nordico (scuola death svedese). Tutto poi si impenna e si incendia sempre più velocemente, gonfiato dal classico growl brutale. Il brano è un mix tra il sound americano e quello nord europeo. La successiva titletrack “Blindfold” è un assalto frontale, ignorante e cieco, incentrato sulla pura violenza senza particolari degni di approfondimento. Ci si sarebbe aspettati di più dalla traccia che porta il nome dell’album. La situazione cambia ancora con “Unchosen God” dove l’architettura sonora dimostra la volontà e le idee di variegare la proposta musicale. I giri chitarristici si fanno più melodici ed il tutto acquista un sapore differente, vichingo per certi frangenti in quanto viene riportato alla mente il sound degli Amon Amarth (in versione però più violenta ed “on speed”).  In “Out of Body, Out of Soul” è la tecnica a far da padrone. L’approccio è più ragionato per dar maggiore risalto a diversi cambi di tempo, dove viene espressa maggiormente la capacità strumentale, senza che essa sia solo una mera dimostrazione. Tutto scorre fluido, nonostante variazioni di umore e repentini cambiamenti di tempo. Ottimo pezzo. 

“Last Supper” raffredda gli animi con una traccia si marcia e decadente, dalle sonorità aspre e malvagie, ma che non riesce a colpire come dovrebbe dimostrandosi statica e non particolarmente riuscita. 

La finale “Working Class Hate Anthem” è una rasoiata “in your face” senza compromessi che suona quasi hardcore e compaiono pure degli assolo che fino ad ora non si erano quasi mai fatti vedere. Il pezzo è devastante ed adattissimo per infiammare i live, corto ed intenso. Un ulteriore tassello che va ad impreziosire la dinamicità del gruppo.

 

Un esordio forse un po’ troppo corto, con molti elementi che non sono ancora miscelati a dovere. Il disco è disomogeneo in quanto le influenze trasformano l’album in una sorta di compilation, che non in un album vero e proprio. Ma attenzione, potenza e tecnica, a braccetto con groove e decisione, non mancano di certo. L’ascolto per gli amanti delle sonorità estreme, è consigliato. Ora resta da vedere che direzione intraprenderà la band.

 

Falc.

65/100