26 SETTEMBRE 2017

Avventurieri, bentrovati tra queste righe, trattenete il respiro ed addentratevi in un mondo malato e sanguinoso che ci verrà raccontato da grida spaventose e violente provenienti dalla Federazione Russa; Loro sono i Ram-Page e questo è "The Grave Of Seven Billion" edito dalla Satanath Records. La band già presente da tempo sulla scena metal orientale ci propone un Album interessante, edito in un numero limitato di copie e che, benché sia presentato come un Full-Length, presenta dieci tracce per una durata di circa trenta minuti. Difatti il termine, forse oramai desueto, è da considerarsi non nella mera lunghezza delle tracce presentate bensì nell’intenzione e nel suo significato primordiale di “lavoro fatto e finito”. Non è un assaggio di un argomento o di una tematica ma è un’intera disquisizione che, semplicemente, non necessitava di lunghezze eccessive per essere affrontata e quindi a pieno titolo si può fregiare di tale definizione. Il nome stesso della band è un cartello segnaletico che ben rappresenta l’anima della loro musica (il gioco di parole tra “ram” e “page” con quel violentissimo trattino nel mezzo) ma ancor di più lo è l’Artwork di questo lavoro.  Realizzato da Artur Ryabov è una bella tela di carattere decisamente Gore che ricorda molto i lavori di Kentarō Miura. Quella che sembra essere la terra ridotta ad un morto vivente viene lacerata da esseri abominevoli dalle fattezze umanoidi. Il rosso ed il nero sono i soli protagonisti della violenza che avviene sotto gli occhi del logo del gruppo. Ad introdurci il disco una intro di chitarra dal sapore latino: “Awakening Of The Ancient”, si tratta di brevissimi fraseggi di chitarra classico-acustici accompagnati da un semplice ritmo di cimbali e percussioni a mano che accompagnano il pezzo come fossero un lumino. Ma non C’è neanche il tempo di ricordarsi che stiamo per affrontare un viaggio oscuro e sanguinario che subito arriva “Betrayer”. Da subito si mettono le cose in chiaro: il pezzo è ben strutturato e rappresenta un’interessante commistione di Thrash e Death Metal. Ritmiche veloci e fraseggi di chitarra pirotecnici sono ben armonizzati tra loro e questo primo assaggio rispecchia quello che sarà il suono del cd. Il il mixaggio generale degli strumenti, come delle voci, in se e per sé è quello tipico del genere Death e si apprezza sicuramente il non voler esacerbare i toni e le distorsioni delle chitarre. Molto curioso è sentire invece il suono del basso che presenta i toni tipici del genere Thrash, con un corpo molto puntellato. Questa scelta fa sì che si aumenti molto il focus di ogni pezzo e sicuramente per l’ascoltatore non sarà difficile seguire con facilità ogni traccia nelle sue differenti parti. D’altro canto questa scelta rende il suono generale molto secco e, delegando molte delle componenti ritmiche delle chitarre basso alle percussioni, capiterà di voler aumentare il volume dell’impianto utilizzato per l’ascolto. Qui ci si accorgerà che purtroppo la masterizzazione del cd non sembra riuscire a mantenere il suono intatto nelle uscite. È il classico Album che rende molta più giustizia alle sue composizioni nell’ ascolto in cuffia. Di carattere molto simile al primo pezzo è “Can Of Beer”, che come il precedente risulta essere, seppur nella sua componente ibrida, molto classico nelle scelte melodiche e ritmiche. Subito passiamo a “The Revolution”, dove i nostri sembrano prendere l’uscita da un’autostrada che essi stessi hanno creato. E da quell’ autostrada si sceglie di prendere una più colorita strada secondaria che non mancherà di stupire. Difatti sin da subito si intuisce che la voglia di esplorare è molta. Già i duetti di voce tra tecniche di Growl e Black Fry risulteranno essere orchestrate in maniera creativa. Le ritmiche scelte per la composizione tenderanno ad avere delle soluzioni che spaziano e fuoriescono, talvolta, anche dai generi sopra elencati. È piacevole constatare che, sempre più spesso, le nuove uscite discografiche presentino dei lavori sempre più contaminati da teorie musicali colorite e, sicuramente, figlie dell’era digitale. Fa infatti sempre un po’ strano al giorno d’oggi (perlomeno per il sottoscritto) inquadrare totalmente in un genere un gruppo od un artista in particolare; questi ragazzi presentano un lavoro che non fa eccezione. Ed è un bene. Siamo arrivati senza quasi accorgercene al pezzo spartiacque:”The President”. Le carte sono oramai sul tavolo e, sebbene legati alla loro storia musicale, anche qui spazieremo tra alcune soluzioni compositive interessanti. Degna di nota è la capacità compositiva di questo gruppo di inserire tempi spezzati, soluzioni armoniche e ritmiche fulminee, nei punti più impensabili e nascosti così bene da quasi non accorgersene e proseguire per il pezzo come nulla fosse. È questo un album da ascoltare più volte per trovare tutte quei piccoli accorgimenti che lo rendono molto vivace e gradevole. E siamo a “Rampage”. Attenzione, il gioco di parole è dietro l’angolo in questo pezzo.  Siamo arrivati alla gemma dell’album, quello che (a giudizio di chi vi scrive) potrebbe a pieno titolo rappresentare un nuovo manifesto per la band. C’è tutto, una storia musicale alle spalle ed un nuovo tragitto da compiere; le scelte operate in questo arrangiamento sono assolutamente moderne ed al contempo classicissime, risultando di conseguenza gradevoli e stimolanti all’ascolto. La scelta compositiva di non voler a tutti i costi utilizzare le soluzioni di genere, anche quando sarebbe stato sicuramente più semplice, è faticosa ma vincente. Passiamo a “Sanctions” dove ogni remora (se mai ce ne siano state) oramai è messa da parte. Ritmi sincopati e voci che seguono una cadenza quasi Doom e Black si risolvono in chiusure ben congeniate. Siamo in discesa ed arriviamo a “Last Defenders”.  Questo pezzo gioca con il beat dall’ inizio alla fine. Non ci si è fatto alcun problema a ricorrere a soluzioni molto artefatte pur di rendere alcuni passaggi, tanto che quello che in alcuni lavori risulta essere una stranezza del caso, qua viene proposto volontariamente e con effetto immediato. Siamo quindi giunti alla title track “The Grave Of Seven Billion” che risulta essere un sunto di quello fin ora analizzato e non a caso la si è messa in fondo all’album. Questo è davvero lo stendardo del lavoro: breve, chiara e concisa. La si potrebbe prendere come una lettera diretta all’ascoltatore con su scritto:”Da qui in poi noi faremo così”. Chiudiamo con “Blood Money”. È il pezzo che musicalmente ci fa da outro e si può permettere di mettere il punto. Quasi dispiace che si tratti di un congedo e da principio lo si scambierebbe volentieri con una composizione intera ma è giusto così. L’album che nella sua interezza è ben composto e strutturato avrebbe meritato qualcosa di più in termini produttivi, soprattutto avrebbe tratto giovamento da una fase di master differente. Difatti il suono cambia davvero molto tra l’ascolto “aereo” e quello in cuffia. È un peccato perché chi fruisce dell’ascolto in situazioni differenti potrebbe non apprezzare appieno ciò che qui si è proposto. Si parla di un gruppo che ha appena passato la fase della ricerca sonora ed ora ha una sua identità. Contiamo che in futuro potranno concentrarsi anche sulla ricerca di una più accurata attenzione nelle fasi di post-produzione. Ci hanno volutamente spaventato nella loro presentazione truculenta ma ne usciamo con un sorriso di soddisfazione.

 

Matteo Musolino
 77/100