Dagli angoli remoti di Miranda (Venezuela), vaporose nubi del black metal più puro formano un immenso velo che copre la metropoli, provocato dal sound dei Sectasys! La band venezuelana, formata nel 2006 da tre indiscutibili elementi, hanno già deliziato il loro pubblico con due prorompenti EP: “Crucificados en tu Piedad” (2006) e “Arma Skin” (2012). Dopo quattro anni di stop, l’oscura band torna a solcare il terreno sonoro con il loro ultimo album “Brotherhood Of Chaos” (2016): un album ricco di sfaccettature che variano dal black al death metal più possente, con tematiche ambiguamente profonde e ricco di tetra tecnicità.

I tamburi tribali, seguiti da una leggiadra voce femminile aprono “Chaos Signal”, che con i suoi afrodisiaci cori crea una lugubre atmosfera; Un intro eccellente per un album vertiginosamente black.

Una voce sdoppiata apre “I Am The Dark God”: l’inferno prende vita con l’apocalittica percussione che emana profonde vibrazioni, mentre gli estremi riff di chitarra reggono la possente energia emanata da un impavido basso; Inizio niente male.

Un inquietante riff spalanca le porte a “Sacrilege Of Christian Souls”: le roventi emanazioni metalliche sviscerano il pubblico, mentre le ardenti ritmiche si alternano a minuscoli break che alimentano le fiamme di questa track.

Procediamo in questo oscuro vicolo infernale con l’accecante “Destroyers Of Souls”, che con la sua lucentezza sonora alimenta il fuoco di un cupo e profondo black metal, ritmicizzato dalle oscure percussioni, con leggere venature death.

Un leggiadro arpeggio acustico rende onore alla parte iniziale di “Brotherhood Of Chaos”, prima che lo spirito del black possieda nuovamente la track, dandole un tocco infernale provocato dalla gutturale voce del frontman e dalla maggiormente delineata ritmica.

Ormai ci si è più che ambientati tra queste tetre sonorità, e ad apparire è “Renaissance Of Evil And Chaos”: un pezzo unico, quasi sperimentale, che si orienta maggiormente verso il death con tutte le sue sfaccettature, ma rimanendo fedele allo stampo black della band.

“Emissaries Of Death“ è il settimo anello di una catena impossibile da spezzare: anche qui il death continua a regnare e possedere prevalentemente il pezzo, unendosi perfettamente allo stile principale e dando vita ad un eccellente mix sonoro.

E arriviamo a “Garden Of Blood”, dove le rose appassiscono e i rami si spogliano, seccati da un infuocato riff di chitarra e dalle rigorose fiamme alimentate da potenti giri di basso; Una track con un leggiadro intermezzo strumentale che delizierà gli ascoltatori.

L’imponente struttura sonora di “Masters Of War” è buona, ma non differente dal resto dell’album, a parte l’ottimo riff di metà traccia che con lo scream del frontman riesce a vivacizzare il pezzo.

A parer mio “Sectasys” è il pezzo più complesso e potente del disco: riesce a possedere l’ascoltatore con eccellenti sonorità e corposi riff che rendono la track penetrante e colma di energia.

Arriva il momento dell’imponente “The Goddess Of Death (Kali)”: il coro femminile spiana la strada ad una ritmica meno movimentata e non troppo accentuata che riesce a dar merito alla possente ‘orchestra’ strumentale della band; Il miglior pezzo dell’album, reso tale da ottimi scambi ritmici e dalle sentite influenze death metal.

Nell’album è presente un extra track intitolata “Arma Skin”, che con la sua imminente scarica adrenalinica pone fine all’ infernale viaggio tra le sonorità cupe di questo album.

Un disco colmo di possente energia, sprigionata dall’ottima dote strumentale dei Sectasys. A volte ripetitivo e monotono, ma movimentato al punto giusto e ben strutturato; “Brotherhood Of Chaos” è un ottimo album come ‘inizio carriera’ nella scena black, ma la band ha ancora strada da fare per arrivare dove vorrebbe arrivare, e continuando di questo passo potrebbe anche non essere poi così lunga.

 

 

Marco Durst

60/100