Da Macerata, e dal 1996, arrivano i Cancrena con il loro brutal beath Metal. Una band longeva, non c'è dubbio, ma che annovera tra le proprie pubblicazioni, solo una demo del 2002, che ha ottenuto dignità di ristampa quest'anno. Stiamo parlando di In The Flesh, disco di cui parleremo. 

Azzardiamo un inizio insolito ma quanto mai significativo: la copertina, per cui è stato scelto il quadro di Rembrandt “Lezione di Anatomia del Dottor Tulp” (1632). L'immagine scelta è, come detto, significativa, perchè reca il suddetto dottor Tulp mentre pratica un'autopsia sul cadavere di un criminale condannato all'impiccagione. E quale immagine potrebbe essere più emblematica per un disco brutal death intitolato In The Flesh? 

L'album si apre con NewType, senza mezzi termini. Un tipico pezzo brutal death, in cui la fanno da padroni il growl che ovviamente campeggierà per l'intero disco, il basso sporco, che di bassi tuttavia ne ha pochi, e la batteria rappresentata soprattutto dal rullante senza cordiera alla St. Anger, che crea profondità. Blast beat e repentini cambi di tempo in un brano diretto e rapido consegnano all'ascoltatore tipico del genere un pezzo classico.  

Un lento riff di chitarra introduce Cerebral Biopsy. Il growl inizialmente accompagna, ma poi lega questo intro al resto del brano che torna sui ritmi e le caratteristiche tipiche del genere. Quel rullante privo di cordiera, sempre più veloce, quelle chitarre che alternano violente e veloci pennate a riff in crescendo meno distorti e più distinguibili e infine quel growl che verso la fine del pezzo si alterna con uno scream in un botta e risposta di estrema potenza, caratterizzano Cerebral Biopsy. 

Impertinent Baby è introdotta, come la precedente, da un intro più lento. A differenza dell'altro, però, questo è un crescendo di velocità e di potenza e il growl scandisce prima il passaggio ad una parte in terzine e poi alla parte tipica, in blast beat, che presenta qua e là dei distinguibili riff prima di chitarra e poi di basso che si staccano dalle distorsioni e dalla predominanza della batteria e della chitarra distorta. 

Segue Black Cat Dies, a primo impatto una ballad di tutt'altro genere, che permette virtuosismi prima di una chitarra e poi dell'altra. L'ormai tipico crescendo di tempo scandito da una scala di basso riporta il brano su binari più consoni ai Cancrena, che però si permettono dei passaggi che richiamano l'intro in ballad. Sicuramente uno dei brani più diversificati del disco, che passa da sonorità più acide ad altre più cupe e tristi. In Black Cat Dies ritroviamo la presenza delle due voci in growl e scream, ma stavolta si uniscono, in un unico grido di dolore. Systematic Death Terminal Breath e Sarajevo Burns seguono la stessa linea delle precedenti: cambi di tempo immediati, soprattutto ad inizio brano, che si susseguono in un crescendo di velocità fino a raggiungere picchi rapidissimi, che ricadono in momenti più lenti, in cui il basso si lascia andare a dei brevi soli, in particolare nella seconda, in cui anche la chitarra si prende una piccola gloria personale con note notevolmente più acute rispetto ai riffi tipici del brutal. Anche in Sarajevo Burns torna l'alternanza growl-scream, questa volta anche al principio del pezzo. 

La chiusura del disco è affidata a Criminal Contamination, sicuramente il brano che, insieme con Black Cat Dies, più si differenzia dagli altri. Ovviamente come i precedenti presenta i caratteri tipici del brutal death, ma qui i cambi di tempo sono più accentuati, più lunghi, e soprattutto non sono solo un crescendo di velocità, ma passano dal blast beat a terzine, per tornare a velocità più moderate, ed infine lasciare spazio in maniera repentina ai tempi originali. Criminal Contamination presenta tutti i tratti caratteristici della band e del disco, dai suddetti cambi di tempo all'alternanza-concomitanza di scream e growl, dai riff di basso alle schitarrate acide. Il tutto si compone nel brano più lungo dell'album (cinque minuti circa), che non a caso è stato posto in fondo alla lista. Come dire: last but not least. 

Insomma, come un po' tutta la discografia del genere, In The Flesh è un disco che, per chi non è avvezzo al brutal death, è difficile da digerire. Atmosfere cupe, melodie pressochè inesistenti, tonalità bassissime e di difficile comprensione, ma una potenza unica, un'aggressività prepotente (indubbiamente delle qualità, per i Cancrena).

Di contro però, c'è da dire che la maggior parte dei brani è costruita sulla stessa linea, per cui si possono identificare gli stessi cambi di tempo sulle stesse parti di quasi tutte le sette canzoni che compongono In The Flesh. Ma per chi se ne frega di questi aspetti (marginali per chi aspira ad un sound così estremo), è sicuramente un disco godibile. 

I Cancrena fanno loro delle caratteristiche come i soli di basso spesso in scala, o il già citato rullante alla St. Anger (così criticato dagli amanti dei Metallica, ma ben intersecato qui con il brutal dei Cancrena), per puntare poco sulla forma e tanto sui contenuti: lasciano intendere di preferire qualcosa di diretto, di immediato, al punto che l'intero disco dura poco più di venti minuti suddivisi in sette pezzi, piuttosto che costruire un album dal sound e dall'aspetto più ricercato, che invece potrebbe sembrare troppo artificioso. 

 

Avalon

78/100