21 GIUGNO 2018

Questo album si intitola Of Loss And Grief, ma, vista l'italianità di alcuni dei componenti della band, avrebbe potuto intitolarsi tranquillamente “Lasciate Ogni Speranza Voi Che Entrate“.

Benchè la bio acclusa dalla label (la nostrana Terror From Hell) cataloghi questi Aphonic Threnody come una band funeral doom (pur con i doverosi distinguo dovuti al parziale cambiamento di stile adottato su questo album), sono ben pochi gli elementi tipici del genere presenti in questa raccolta di brani, se non il desiderio estremo di portare all'esasperazione i sentimenti di sconforto e disperazione evocati da queste sofferte composizioni.

Per il resto, le influenze principali in questo che è il terzo full lenght della band sembrano risiedere maggiormente nel death doom dei primi anni 90 (My Dying Bride e primi Paradise Lost su tutti), oltre che nel sound portato alla ribalta da acts quali Evoken e Mourful Congregation, per citare i più noti.

Questo però non significa affatto che il risultato finale sia meno opprimente o meno doloroso del previsto, anzi, fra questi solchi non si trova il benchè minimo barlume ne di speranza ne di luce, e non v'è un solo secondo in cui la band conceda qualcosa all'ascoltatore che non siano sconforto e disperazione.

E' un mondo a tinte grigie di ineluttabile abbandono quello tratteggiato dagli “internazionali” Aphonic Threnody (che vedono Roberto Mura alla voce, Riccardo Veronese alla chitarra e al basso, Juan Escobar C. alle tastiere e alle voci, Marco alla batteria e Zack Cignetti alla chitarra solista, coadiuvati in questo album dalla presenza di svariati ospiti provenienti da band quali Mournful Congregation, Funeralium, Alunah, Vacant Eyes e My Shameful), e che non ci sia via di scampo è palese fin dalle prime note dell'opener Despondency (in cui è presente come ospite Alesk Derelictus dei Funeralium al basso), affidate a evocative,tristissime keys, prima che un riff in tipico stile death doom anni 90 sprofondi tutto nella disperazione più cupa. La band rivela fin da subito la propria capacità, che si rivelerà poi peculiare per tutto lo scorrere dell'album, di affrescare i propri brani con semplici, struggenti melodie in grado di fornire agli stessi un costante trasporto emotivo anche nei momenti più pesanti del loro svolgimento, quando le ritmiche sembrano rallentare a tal punto da sembrare prossime a fermarsi del tutto.

Su tutto questo si staglia il growl profondo e catacombale di Roberto, approccio vocale anch'esso molto più assimilabile alla scuola death doom che al classico approccio funeral di molte band appartenenti al genere, per un risultato che di tanto in tanto ricorda quanto prodotto da acts quali i tedeschi Ophis, soprattutto nei momenti più pesanti e monolitici. La band non lesina certo in quanto a impegno nel cercare di volta in volta la soluzione migliore ad arricchire le varie porzioni delle loro lunghe composizioni (si superano gli 11 minuti, per questa opener), sia che si tratti di ricorrere ad armonizzazioni di chitarra strazianti, o dolorose note di piano e di synth, oppure facendo spesso ricorso a curate porzioni di chitarra pulita efficacissime nello sviluppo emotivo e atmosferico dei brani.

E' proprio grazie a questa capacità che la band riesce a rendere entusiasmante il gioco di chiaro-scuri di questo primo brano, dove a porzioni pesantissime, distorte e ultra-rallentate dominate dal growl perennemente catacombale di Roberto si alternano squarci melodici di rara disperazione, tanto ariosi quanto forieri di orizzonti senza speranza, per un risultato finale assolutamente affascinante, per chi è in grado di godere di questo approccio estremo alla materia.

La successiva Life Stabbed Me Once Again si presenta all'ascolto col suo splendido riff ancora portatore di sentori deliziosamente primi anni 90, che la band arricchisce con porzioni di tastiere tanto semplici quanto efficaci, i cui suoni quasi da elettro-wave creano un contrasto emotivo riuscitissimo ,e con l'onnipresente gusto per le melodie evocative intessute da chitarre molto ispirate (l'assolo di questo pezzo è affidato all'ospite Federic-Patte Brasseur, anche lui proveniente dai Funeralium). L'incedere è costantemente lentissimo, ma la capacità della band di mantenere sempre alto il pathos dei propri brani grazie alla sapiente gestione del loro sviluppo atmosferico scongiura la noia e ci dona un altro brano assolutamente riuscito.

Sono le tristi note di un arpeggio distorto, adagiate sugli onnipresenti, disperati sinth e impreziosite da un sapiente uso del basso, ad introdurci alla successiva All I've Loved, brano arricchito dalla suadente voce femminile dell'ospite Soph Day degli Alunah, capace di donare al brano un tocco di decadente sensualità in grado allo stesso tempo di stemperare la cupezza vocale delle voci di Roberto e Juan e di rendere il tutto ancor più desolante e definitivo. Straordinariamente evocativo è lo stacco finale, segnato da un delicato arpeggio di chitarra e da uno splendido arrangiamento di archi, prima che spetti nuovamente alle voci condurre in porto un altro grande brano, coadiuvati da chitarre intente come sempre a dipingere scenari di disperazione a colpi di riff cupissimi e melodie dall'indiscutibile trasporto emotivo.

La successiva Lies si rivela essere il brano più lungo dell'intero lavoro (si sfiorano i 20 minuti di durata). Sono le tristi note di un violoncello ad introdurci a questo ennesimo viaggio nella disperazione, la cui prima parte è dominata da azzeccati ed evocativi toni acustici (ospite in questo brano è Josh Moran dei Vacant Eyes proprio alla chitarra acustica), fra delicati arpeggi, assoli puliti da toni quasi “classici“ e note di pianoforte a stagliarsi sull'onnipresente strumento ad arco, il cui suono è semplicemente perfetto nell' evocare le sensazioni di sconfinato abbandono di cui la band vuole farsi portatrice. I toni soffusi e carezzevoli di questa prima parte sono veppiù accentuati da un approccio vocale per la prima volta in toni puliti (per quanto riguarda le voci maschili), per un risultato dal sicuro impatto emotivo, prima che le chitarre elettriche si riprendano la scena macinando riff monolitici e melodie esasperate, ideale affresco su cui si stagliano voci nuovamente impostate sul profondissimo growl che aveva caratterizzato i brani fino ad ora. Mai come in questo pezzo la band punta su ritmi lentissimi e pachidermici e melodie di sconfinata tristezza, portando alle estreme conseguenze le caratteristiche peculiari del proprio sound e arricchendolo con splendidi intrecci solisti (ad opera dell'ospite Justin Arthur Hartwig dei celebri Mournful Congregation) e toni epici assolutamente entusiasmanti, il tutto alternato a frequenti stacchi nuovamente acustici e a sentori quasi dark wave evocati dall'uso nuovamente pulito delle voci.

Un brano sicuramente impegnativo per sviluppo e durata, ma che, proprio per l'obbiettivo della band di disegnare scenari infinitamente desolanti, risulta anche essere quello più avvincente e riuscito, oltre che il più riccamente cesellato, dell'intero lotto.

Una vera gemma di disperazione.

Sono tastiere ancora una volta in odore di dark wave ad aprire la successiva Red Spirits In The Water (che vede come ospite Dominic dei Worship al basso), prima che chitarre e growl riportino il brano su binari più canonicamente death doom, benchè arricchito da uno spiccatato afflato epicamente malinconico non distante da certe sensazioni care ai Tiamat del periodo The Astral Sleep/Wildhoney. E' proprio questa spiccata vocazione epica a render il brano estremamente riuscito e accattivante (splendido come sempre il lavoro di tastiere, sia quando è posto maggiormente in evidenza che quando è chiamato a svolgere un lavoro di ricamo più oscuro) lungo tutta la sua durata (non arriviamo ai quasi 20 minuti della precedente Lies, ma ci assestiamo su una comunque considerevole durata superiore ai 12 minuti). Molto azzeccati anche gli stacchi death doom in odore di My Dying Bride (periodo Turn Loose The Swans) che fanno capolino qua e la ad irrobustire un brano come sempre pervaso da melodie onnipresenti, benchè mai ridondanti, così come lo stacco acustico chiamato ad introdurre un finale dove i toni epici del brano vengono ancor più esasperati, per un risultato complessivo di assoluta, totalizzante magniloquenza.

L'ultimo pezzo dell'album si intitola A Thousand Years Sleep, e colpisce fin da subito l'ascoltatore con lo splendido coro femminile posto in apertura, cui l'arrangiamento di tastiere dona un tono sinceramente disturbante, così come disturbante risulta la porzione acustica seguente, dominata da suoni tremolanti su cui si staglia una chitarra solista pulita dai toni quasi country, che potrà risultare strana raccontata a parole, ma che risulta assolutamente ottima all'ascolto (si era già accennato prima a come la band non lesini in coraggio e varietà di soluzioni, quando si tratta di dipingere i propri affreschi sonori). Ancora una volta ospite alle lead guitar è Justin dei Mournful Congregation, mentre ospite alle voci è Sami Rautio dei My Shameful, chiamato ad alternarsi al microfono con il “titolare” Roberto (fanno la loro comparsa anche alcune voci femminili, nelle retrovie) su un brano che esplode nuovamente in tutta la sua pesantezza grazie a riff come sempre neri come la pece e melodie senza speranza, che in questo brano andranno a raggiungere livelli quasi anthemici. Splendidi intarsi solisti acidissimi e arrangiamenti di archi vanno ad arricchire il brano lungo il suo dipanarsi su tempi costantemente lentissimi, per un pezzo dall'atmosfera molto particolare, ovattata, come se la musica arrivasse filtrata attraverso un vetro posto a confine di due piani di coscienza attigui, ma non tangenti, il cui finale, affidato a un delicato arrangiamento di soli archi, porta a termine un album destinato sicuramente ad un pubblico molto di nicchia, ma che potrebbe riservare emozioni intense a chiunque si approcci alla musica con mente aperta e senza la necessità di doversi raffrontare unicamente a pezzi dalla struttura canonica e dalla durata limitata, oltre che agli amanti del genere, che sanno già benissimo come raffrontarsi con certe soluzioni compositive.

Sarete abbastanza coraggiosi e abbastanza resistenti da addentrarvi tra le trame lentissime di queste composizioni lunghe e strazianti?

D'altra parte, come scriveva uno scrittore abbastanza famoso, è possibile che per provare il piacere più intenso sia necessario passare prima attraverso il dolore più estremo.

Chissà, potrebbe anche avere ragione.

 

Edoardo Goi

90/100