26 MARZO 2019

Nati nella città finlandese di Hamina nel 2012 sotto il monicker Cemetery Fog con una proposta che mescolava la loro passione per il death/doom inglese degli anni 90 (quella guidata dalla sacra triade My Dying Bride, Paradise Lost e Anathema), i miti greci classici e la scena death metal finlandese, anch'essa, degli anni 90 (come non citare, a tal proposito, band quali Convulse, Demilich, Demigod e Adramelech, senza contare che da questa scena nacquero due act che si sarebbero poi evoluti raggiungendo i vertici massimi della scena metal come Amorphis e Sentenced), e successivamente evolutisi incorporando via via sempre più elementi vicini al gothic metal, con l'introduzione di atmosfere più maestose e con un uso sempre più spiccato della melodia (evoluzione che porterà anche a un cambio di monicker in favore della denominazione attuale), gli ASPHODELUS arrivano al debutto su lunga distanza con questo STYGIAN DREAMS del 2019 dopo il mini lp DYING BEAUTY & THE SILENT SKY del 2016 e il promo THE VEIL BETWEEN THE WORLD del 2017, e lo fanno sotto l'egida dell'etichetta italiana Terror From Hell records.

Forti di una formazione immutata negli anni, e che vede J. Filippu al basso, chitarra e voce, J. Vayrynen alla chitarra e V. Kuttunen alla batteria, gli Asphodelus ci dimostrano fin dalla cover scelta per l'album (il dipinto “Les Océanides-Les Naiades De La Mer” di Gustav Doré) di non aver perso la passione per la mitologia greca, mettendoci subito nella giusta condizione mentale per calarci nel loro mondo musicale cupo e maestoso, che si dischiude davanti a noi sulle note dell'ammaliante intro LES OCÉANIDES, orchestrale e suadente, perfetto preambolo alla vera opener del disco, l'arrembante LAMENTATION OF THE LOST SOUL, che tradisce nel suo riffing l'influenza dei primissimi Katatonia (quelli fino a Brave Murder Day, per capirci), mentre nelle aperture melodiche, così come negli stacchi puliti, il richiamo alla scena greca, e in particolare ai Septic Flesh più doomy e sperimentali, è tanto evidente quanto gustoso e riuscito. Non trascurabile nemmeno l'influenza che i Tiamat del periodo Clouds/Wildhoney sembra aver avuto sul songwriting del gruppo, sia a livello musicale che di impostazione vocale.

Nonostante l'abbondante utilizzo di tastiere e orchestrazioni, l'approccio della band si mantiene comunque decisamente grezzo e poco sovrastrutturato, consentendo così al brano di non apparire mai ridondante o inutilmente “pieno”, ma, anzi, puntando dritti al succo dell'idea musicale primigenia (risultato ottenuto grazie anche alla scelta di preferire, per la produzione, suoni poco levigati o artefatti che, se da un lato donano all'album un suono piuttosto datato, dall'altro gli consentono di evitare di appiattirsi sulle plasticose, bombastiche quanto standardizzate produzioni attuali).

Un inizio niente male.

Si prosegue con SCENT OF VENUS, brano dall'andamento leggermente più lento e dall'atmosfera leggermente più dilatata del precedente, col quale condivide comunque melange sonoro e influenze di base, cui va ad aggiungersi una spiccata dose di british doom sound anni 90. Balza immediatamente all'attenzione dell'ascoltatore, pur essendo giunti solo al secondo brano del lavoro, quanto la band punti tutto su idee semplici, sia nel riffing che nell'approccio melodico (sia esso inteso come scelte melodiche tout-court quanto nelle varie orchestrazioni di tastiera), focalizzando i propri sforzi nell'ottenimento del massimo impatto emotivo seguendo la strada dell'essenzialità, e spogliando quindi i brani di tutti gli orpelli che potrebbero in qualche modo offuscarne la primitiva bellezza, come già accadeva nel brano precedente.

L'atmosfera che ne risulta è quindi sobria, asciutta e dannatamente “reale”, e questo è sicuramente un punto a favore dell'album.

Ed è un punto a favore non da poco.

Un altro dei punti a favore dell'album, come evidenziato anche dalla successiva THE HOURGLASS INFERNAL, è la capacità dimostrata dalla band di riuscire a condensare in brani dalla durata piuttosto contenuta (soprattutto per il genere di riferimento) un numero di spunti notevole, costruendo brani dallo sviluppo dinamico decisamente spiccato, zeppi di cambi di ritmo e atmosfera, senza per questo finire per dilatarne i tempi inutilmente.

In questo brano in particolare la band cala un asso death-doom non da poco, con un approccio maestosamente oscuro e infernale di grande impatto e con una scrittura articolata e al contempo fluida, dove ogni melodia prodotta va a centrare perfettamente il bersaglio dritto al centro e dove le scelte in fase di arrangiamento si rivelano a dir poco entusiasmanti.

Un vero gioiellino; se non siete alla ricerca dell'originalità a tutti i costi, beninteso.

La band infatti non sembra ambire in alcun modo a risultare originale in senso stretto, quanto a realizzare una musica che ne metta in evidenza la personalità: obbiettivo perfettamente centrato, per chi scrive.

Basta ascoltare l'inizio della successiva DELUSIONS AD ASTRA, col suo riff iniziale che più primi My Dying Bride non si può; eppure la band riesce a far proprio anche questo brano in virtù di una visione musicale chiarissima, capace di ammantare l'intero brano e, con esso, l'intero album, in un unicum atmosferico e musicale compattissimo tutto suo, rendendo l'esperienza di ascolto, oltre che godibilissima, anche estremamente coerente e, fatte salve le premesse, assolutamente rivelatrice di personalità.

Per quanto riguarda il brano, ci troviamo nuovamente al cospetto di una composizione decisamente varia, sia a livello di sali-scendi dinamici che di densità specifica delle varie porzioni, in cui spicca nuovamente la maestria della band nel saper alternare parti più cupe e pesanti a ottime aperture dal carattere dolce-amaro, pregne della malinconia crepuscolare che i finlandesi chiamano “masennus”, e i cui influssi hanno ispirato e contrassegnato le gesta artistiche di molti dei gruppi provenienti da quell'area geografica.

Si prosegue con la -quasi title track STYGIAN DREAMING, il cui inizio, contrassegnato da tastiere sognanti ed eteree (suonate qui come nel resto dell'album dall'ospite Tomi Pekkola), ci rimanda nuovamente ai migliori Tiamat (anche grazie all'impostazione vocale di J. Filippu, davvero vicina a quella del Johan Edlund di allora), mentre lo sviluppo successivo, giocato su melodie estremamente e incisive e una cupezza molto calibrata e spesso squarciata da aperture maggiormente ariose e oniriche, ci rimanda all'avanguardistica scena di metà anni 90 che aveva nei Septic Flesh, nei Phlebotomized e nei francesi Misanthrope alcuni dei suoi esponenti più acclamati, consegnandoci uno degli highlight assoluti dell'album per ricercatezza sonora e impatto emotivo.

Davvero un grande pezzo, oltre che uno dei più lunghi dell'intero lavoro (si tratta comunque di una durata di sei minuti e mezzo, quindi la compattezza propria della scrittura musicale della band non viene meno nemmeno in questa occasione).

L'aria su cui si muove la successiva SLEEP OF ETERNITY è talmente classicamente gothic-doom da trascinarci immediatamente negli anni 90, ma ci pensa la successiva accelerazione a rimescolare un po' le carte (se non dal punto di vista del periodo di provenienza delle influenze evocate, se non altro dal punto di vista del sound di riferimento), andando a lambire come mai prima di ora all'interno dell'album territori vicini al death metal (benché risultino proprio questi frangenti i meno convincenti dell'intero lavoro, a causa dell'approccio troppo scolastico al genere sia nella concezione che nell'esecuzione) e partorendo quello che risulterà essere il brano più debole dell'intero lavoro, benché i momenti buoni non manchino di certo.

Ultimo pezzo dell'album, ecco giungere la lunga (siamo attorno agli otto minuti e mezzo di durata) WHERE FREEZING SPIRITS FALL.

Si ritorna qui in puro territorio death-doom anni 90, con un andamento lento, benchè non pachidermico, e oculate aperture melodiche a squarciare con gusto la pesantezza intrinseca dei riff partoriti dalle chitarre di Filippu e Vayrynen.

Mai come in questo brano la band sembra riuscire a sopperire ad un bagaglio tecnico sicuramente non ampissimo con la capacità di suscitare emozioni, grazie a uno sviluppo dinamico e atmosferico davvero riuscitissimo e avvincente, il tutto corroborato dal solito oculatissimo ed estremamente calibrato lavoro delle tastiere, autentico fiore all'occhiello dell'intero album insieme al gusto melodico palesato dalla band lungo l'intera sua durata, dimostrando una volta di più come riuscire a riversare fra i solchi delle proprie opere la passione immensa da cui scaturisce la propria arte possa consentire anche a band come questa, composte non certo da fuoriclasse ne dello strumento che della composizione, di estrarre dal cilindro lavori assolutamente splendidi ed emozionanti.

Questo Stygian Dreams lo è nel modo più assoluto e, se siete amanti del sound di riferimento della band o dei gruppi citati nel corso di questa recensione, vi consiglio fortemente di provare a dargli un ascolto.

Potrebbe rivelarsi una piacevole sorpresa.

Intriganti.

 

Edoardo Goi

75/100