10 OTTOBRE 2018

Fino a pochi anni fa risultava difficile associare gli Stati Uniti al sound gelido e notturno del black metal. Sembrava infatti impossibile che un Paese qui generalmente percepito come terra di metropoli, edonismo, arrivismo sfrenato e lustrini potesse fornire l'humus culturale necessario a farvi rigoglire questa forma d'arte, lasciando al Death Metal l'onore e l'onere di rappresentarne l'estremismo in musica. L'operato di band seminali come Judas Iscariot, Nachtmystium, Wolves In The Throne Room e, più di recente, Uada è stato però in grado di far ricredere più di un persona non solo sul fatto che gli U.S.A. potessero essere terreno fertile per band dedite al black metal, ma soprattutto sul fatto che la musica prodotta da tali band potesse essere di livello assoluto, donando così credibilità all'intera scena. Allo stato attuale delle cose, quindi, non fa più alcuno scalpore leggere “South Florida” come luogo di provenienza di una band dedita al black metal di stampo occulto e dal sound profondamente old school, ispirato, per stessa ammissione del gruppo, tanto dal sound tipico della scuola greca che da quello della scuola sudamericana dei primi anni 90 (oltre che dai mai abbastanza lodati Celtic Frost del periodo Morbid Tales-To Mega Therion, con alcune puntatine non lontane dal sound della precedenti incarnazione della band capitanata da T.G. Warrior, i marcissimi Hellhammer). Arrivati col presente THE OFFERING OF SEVEN al secondo album della loro carriera, iniziata nel 2013 e impreziosita due anni più tardi dalla release del loro album di debutto “The Third Eye-Gate”, i nordamericani GNOSIS (formati in questa occasione da J.S. alla voce, R.P. al basso e sintetizzatori, D.A. alla chitarra e C.V. alla batteria) cercano, quindi, di rimarcare e ribadire lo spazio da essi ritagliatosi all'interno della scena sfornando un album se possibile ancora più marcio rispetto alla propria opera prima, compito non facile, data la natura profondamente grezza e fieramente underground, oltre che orgogliosamente datata, del precedent full lenght. I nostri però sembrano volercela mettere tutta per raggiungere lo scopo, sicchè, dopo una breve intro a base di cupie percussioni, invocazioni rituali e note di sitar e synth, ecco deflagrare la vera opener del disco, intitolata DEVILS AND SPIRITS. La prima cosa che balza all'orecchio è la scelta, piuttosto scontata, visto il sound di riferimento della band, di optare per una produzione molto scarna ed essenziale, perfettamente in linea con lo spirito dei primi anni 90, benchè comunque piuttosto nitida e intellegibile, molto lontana dall'effetto “da cantina” proprio delle produzioni underground dell'epoca ma sufficientemente grezza e naturale da risultare credibile.

Molto essenziale, così come era stato anche per l'album di debutto, risulta fin da subito anche l'approccio strumentale dei nostri, basato su riff di chitarra molto semplici supportati da una sezione ritmica votata all'asciuttezza delle parti, benchè il basso svolga di tanto in tanto un lavoro più ricercato in grado di arricchire in modo sobrio ma efficace il tessuto strumentale della band. Echi dei primi Celtic Frost, oltre che dei loro degni eredi Obituary, risuonano nella martellante strofa, mentre echi di Varathron, Necromantia e Thou Art Lord riecheggiano in vari passaggi, unitamente a sentori non lontani dall'occult black metal italiano ottimamente definito da una band come i Mortuary Drape, straordinaria pietra di paragone per chiunque voglia cimentarsi con tali sonorità. Il brano scorre semplice e fluido per l'intera sua durata, forse privo di quella marcia in più in grado di farlo spiccare all'interno della tradizione sonora di riferimento, ma comunque piacevole e complessivamente godibile. La successiva HAND OF THE FATES parte arrembante sull'onda di un granitico up tempo presto reso ancor più impattante da un martellante blast beat, ricordando non poco la lezione di proto- black metal di acts leggendari come, ad esempio, gli imprescindibili brasiliani Mystifier, gli ancor più celebri conterranei Sarcofago o i canadesi Blasphemy. Molto bello l'inframezzo tastieristico di stampo piuttosto epico, benchè maestosamente oscuro e lontanissimo da ogni possibile accusa di eccessiva tronfiaggine, piazzato in mezzo al brano, con chitarre impegnate a disegnare semplici quanto azzeccate melodie, prima che sia di nuovo la violenza a prendere il possesso della composizione guidandola fino alla sua conclusione all'insegna dell'impatto e della ferocia. Un pezzo decisamente convincente ed efficace. Il brano seguente, intitolato DARK KING ON THE MOUNT, parte invece su toni doom, con una pesante porzione rallentata che un efficace stacco trasforma in un mid tempo che sarebbe stato piuttosto trascinante, se non fosse stato inficiato da una certa macchinosità esecutiva che ne tarpa un po' il potenziale, potenziale che trova invece maggiore soddisfazione nel momento in cui gelide, semplicissime parti di synth giungono a dar man forte all'atmosfera generale del pezzo, inspessendola ed arricchendola di sentori deliziosamente oscuri. Questo però non basta a risollevare del tutto le sorti di un brano che appare esecutivamente un po' claudicante e poco compatto, ed è davvero un peccato, perchè le possibilità di trovarsi tra le mani un altro brano convincente c'erano tutte. Stesso discorso vale per la successiva, incalzante, GOLDEN WINGS, deliziosamente galoppante nell'andamento, ma portroppo parzialmente affossata da un'esecuzione ancora una volta imprecisa e macchinosa. Questo non ci impedisce, però, di gustarci gli stacchi cupamente melodici che puntellano qua e là lo scorrere di un brano dall'arrangiamento forse fin troppo scolastico, prima che una sferzante accelerazione giunga a dare brio e varietà alla composizione, graziata da un refrain piuttosto efficace e da una parte atmosferica finale in cui è demandato al basso il compito di sorreggerne l'afflato oscuramente evocativo, prima che tastiere e inquietanti cadenze di timpano giungano a dargli man forte per un brano che, non fosse stato per le pecchè succitate, sarebbe potuto risultare decisamente buono. Dopo il bell'inframezzo acustico a titolo TRASCENDENCE Pt.1 (davvero ottimamente concepito e realizzato) la band si lancia in una cover dei primissimi Running Wild col brano EVIL SPIRIT, originariamente contenuto nel secondo album della band capitanata dall'inossidabile Rock N' Rolf (lo storico Branded And Exiled, datato 1985) qui resa in modo decisamente più grezzo e arcigno rispetto alla versione della band teutonica, assolutamente in linea con lo stile peculiare degli Gnosis e, in definitiva, molto riuscita e godibile, col suo tiro cadenzato, implacabile e maligno. Ultimo brano “vero” dell'album, THE GREAT STORM deflagra scandita da una doppia cassa incalzante e impietosa, chiamata anche a guidare la strofa del pezzo, giocata su tempi maggiormente arrembanti e martellanti, ancora una volta in odore di scena ellenica dei primi anni 90, sentori che permeano anche gli stacchi rallentati cjiamati a spezzare in modo piuttosto efficace il ritmo del brano, dotandolo di un discreto dinamismo e di una resa atmosferica maggiormente spiccata. Ancora qualche incertezza di tipo tecnico va a inficiare la parte centrale del brano, dalle velleità piuttosto inclini a una maggiore complessità strutturale, che dette incertezze finiscono per rendere piuttosto confusa, tarpando le ali a un'intuizione che, realizzata in modo meno approssimativo, sarebbe potuta risultare vincente in termini di godibilità e varietà del brano, che risulta invece riuscito solo in parte, riassumendo un po' la caratteristica peculiare dell'album che, nonostante un riffing certamente non di primo livello per soluzioni e incisività e strutture di certo piuttosto semplici e derivative, sarebbe potuto risultare piuttosto godibile se non fosse stato deturpato da ingenuità e scarsa cura dei dettagli (soprattutto in fase esecutiva) che ne condizionano, giocoforza, il giudizio finale perchè, se da un lato il genere in questione non è mai stato celebre per la cura maniacale dell'aspetto tecnico ed esecutivo dei pezzi, dall'altro lato certe mancanze, al giorno d'oggi, su un album ufficiale, non sono assolutamente perdonabili. Rimandati.

 

Edoardo Goi

45/100