27 GIUGNO 2018

Gli Into Coffin sono una giovane band tedesca, nati nel 2015 a Marburg, che fanno un Blackened Death Metal molto reo ma allo stesso tempo cupo e profondo, con delle tematiche occulte e riflessive, che li rende una band molto interessante dal punto di vista dei contenuti che ci offrono.

Hanno all’attivo un demo del 2015 intitolato “Black Ascension”, un full – length del 2016 chiamato “Into a Pyramid of Doom” ed un EP del 2017 di nome “The Majestic Supremacy of a Cosmic Chaos”.  In quest’ultimo la band affronta un argomento molto filosofico e particolare, spingendosi verso lontane galassie e forme di vita ultraterrene, fatto che denota una fantasia molto “sballata” ed una folle sete di conoscere l’infinito nella sua supremazia universale.

Insieme ad una buona produzione, troviamo un metticoloso lavoro in materie di songwriting e testi su ognuno dei due brani altisonanti, che non stanno cercando di conquistarci ne con melodie facili, ne con riff particolarmente diretti. Anzi, quello che viene proposto è un lavoro contorto, che dalle prime note non fa altro che procurare del disagio all’ascoltatore. Atmosfere torbide, rallentamenti abissali e delle strane accelerazioni estenuanti, predisposti a creare un clima di smarrimento che in alcuni momenti sfocia nella pura asfissia. Degli Into Coffin tuttavia si apprezza soprattutto la duttilità: le sonorità crude e viscide potrebbe risultare un poco fuorvianti, facendo perdere la band nel bosco della crudele “selezione naturale” di questo genere ostile , ma la band, pur muovendosi certamente in arie a dir poco malsane , ha infinite soluzioni  sia a livello di interludi che di soluzioni chitarristiche. Difatti, come accennato, la proposta è a tutti gli effetti un ibrido death/black con delle atmosfere doom malleabili, con delle chitarre ostinate e capaci di mutare forma e di lasciare pochi punti di riferimento. Prestigiose influenze non mancano di certo (Darkthrone, Winter, Venom), ma gli Into Coffin riescono ad evitare paragoni troppo ingombranti e a trovare una loro formula personale: le strutture molto diluite e le cadenze rigide li mettono nelle condizioni di sviluppare un sound decisamente denso e avvolgente che sa stuzzicare l’animo sia di coloro che pretendono sempre un minimo di impatto e potenza, sia di chi predilige l’atmosfera e le voci doloranti tipico per questo genere spietato.

Un EP pieno di dolore, che si ascolta con difficoltà (accentuata in alcuni passaggi dalla presenza del metronomo che provoca ancora più nervosismo a chi lo ascolta), ma che riflette una visione molto insolita e distorta dello strano universo di cui facciamo parte tutti quanti, e ci presenta dei nuovi modi di vivere ed esprimere il nostro legame viscerale e mai marginale con tutto ciò che circonda la nostra esistenza, positivo o negativo. Consigliato per chi è alla ricerca di una musica che va oltre i schemi, ed al dilà dei soliti limiti della propria zona di conforto.

 

Dmitriy Palamariuc

76/100