4 DICEMBRE 2018

I romani Night Gaunt si formano nel 2013, dalle ceneri degli Hypnos e lasciandosi ispirare dalla letteratura Lovecraftiana nella scelta del nome: i Night Gaunt (Magri Notturni nelle traduzioni italiane) sono, infatti, esseri scheletrici simili a demoni che abitavano gli incubi d’infanzia dello scrittore e che successivamente sono stati inseriti in alcuni dei suoi racconti. Fin da subito il loro obiettivo è unire le influenze di ognuno per creare la propria impronta doom metal, inspirandosi a bands come Candlemass e Trouble. Il primo prodotto che ne esce è l’omonimo full lenght uscito nel 2014, un ottimo disco cupo e monolitico, penalizzato da una produzione non eccelsa ma fino ad un certo punto, in quanto la produzione non perfetta dà in realtà un tocco di marcio al sound del gruppo, accomunando il sound ai primi lavori dei Death SS.Al full lenght segue nel 2016 l’EP in vinile Jupiter’s Fall; due sole, sublimi tracce dove il basso regna incontrastato sopra le chitarre cupe e dure. Un piccolo capolavoro di doom tradizionale. Dopo due anni, il 2 novembre 2018 esce il loro secondo full lenght, The Room. La data di uscita coincide con il giorno dei morti, festività italiana in cui si commemorano i defunti, e la scelta non sembra casuale in quanto le fasi del dolore dopo un lutto è il tema portante del disco.  Ad aprire il disco è l’omonima “Ther Room”, traccia che funge da introduzione. In questa traccia il lutto è stato appreso e “la stanza” ha un significato ambivalente, in quanto può rappresentare sia la propria stanza, in cui una volta soli si può sfogare la propria disperazione, oppure la camera ardente in cui si visita per l’ultima volta il defunto prima della sepoltura. La traccia è pesante e cadenzata, e riesce pienamente nell’intento di gettare l’ascoltatore nelle atmosfere funeree grazie alle melodie cupe e malinconiche unite a vocalizzi tristi. A “The Room” succede “Penance”, traccia che rappresenta lo shock e la rabbia della perdita; le chitarre si fanno più aggressive e pesanti mentre le liriche scrivono di notti insonni e ore di veglia popolate da incubi tra creature senza volto e specchi che vengono scoperti (quando muore qualcuno si ha ancora l’usanza di coprire gli specchi per evitare che l’anima del morto rimanga intrappolata lì dentro). Interessante la parte finale, che accelera in un crescendo di allucinazioni e sgomento. “Oval Portrait”, di cui è stato realizzato un video, rappresenta la contrattazione, il venire a patti con sé stessi riguardo la perdita della persona cara. Sia nel video che nelle liriche si racconta di un uomo ossessionato dal ricordo della partner deceduta, ostinandosi a riviverla tramite ritratti ovali (da qui il titolo) prima ed allucinazioni dopo. Qui la musica accompagna in maniera impeccabile la tristezza della voce narrante.

“Veil” rappresenta la negazione del lutto. Il ritmo più sostenuto e le chitarre cupe ed aggressive rappresentano bene i sentimenti contrastanti tra il voler a tutti i costi far finta che non sia successo nulla di grave mentre la disperazione sta scavando dentro di noi divorandoci. “Labyrinth” rappresenta la depressione, trasposta in musica come una melodia dura, dove la batteria è lo strumento prevalente. Il labirinto citato nel titolo è uno spazio rappresentato da una stanza dove dimoriamo e dove all’esterno vi è la realtà. Nella canzone la voce narrante si lascia cullare dal buio e dal freddo della stanza e non sente bisogno di uscire per affrontare la realtà, sebbene si renda conto che “dovrebbe farlo”. Non è solo, però: ci sono anche i suoi incubi che giocano con la sua psiche, terrificandola ed alterandola, cui la voce narrante si difende rifugiandosi sempre più nella stanza. La comparsa degli incubi viene rappresentata musicalmente da un inasprirsi del ritmo e di una litania ridondante e psichedelica. La traccia finale, “The Owl”, rappresenta l’accettazione del lutto. All’inizio si presenta musicalmente simile a “The Room”, per proseguire distaccandosi. In questa traccia il gufo osserva silenzioso la voce narrante, persa nelle allucinazioni e nell’insonnia, dove il tempo si è fermato. Proprio nel momento in cui la voce ricorda quando riusciva a dormire e i tempi erano migliori avviene un cambio nella melodia che sa di lotta contro sé stessi, seguito da un momento in cui la voce narrante sembra aver compreso, accettato la morte, cui segue il ritorno della melodia di “The Room”, dove la canzone si chiude sancendo una sorta di ciclicità. “The Room” è un concept album compatto e coerente. Ogni canzone è bella ed ha una propria identità anche se presa singolarmente, ma al contempo ascoltate di fila rappresentano un percorso nella psiche in uno dei momenti più oscuri della vita umana. 

Un gioiello di doom più che consigliato, che non deve temere il confronto con bands europee o meno più conosciute. 

 

Alessia Pierpaoli

85/100