20 FEBBRAIO 2019

Parlare degli ACHERONTE significa addentrarsi in una delle più interessanti realtà dell'attuale panorama estremo italiano. Fondati a San Benedetto Del Tronto nel 2010, ma giunti al debutto su full-lenght (dopo una lunga trafila fatta di demo, ep e split, questi ultimi condivisi con act del calibro di Khephra, Black Faith, Noctifer, Hate Them All e Arma Christi) solo nel 2016 con l'ottimo Ancient Furies, gli Acheronte tornano alla carica nel 2018 con questo nuovo album, intitolato SON OF NO GOD e pubblicato sotto l'egida della The Triad Records in collaborazione con la Grimm Distribution. Forte di una line-up quasi invariata rispetto al precedente full-lenght e che vede Lord Baal alla voce (elemento che, nel frattempo, ha lasciato il gruppo, riducendolo da quartetto a trio), il membro fondatore Phobos alla chitarra e alle backing vocals, A.T. La Morte al basso e il nuovo entrato Bestia alla batteria (in sostituzione del defezionario batterista precedente, Lars), la band ci scaraventa in faccia questi nuovi 45 minuti di black metal furibondo, oscuro e malsano (benché non privo di un inquietante sostrato melodico e atmosferico) ancora una volta evidentemente ispirato dal black metal scandinavo (soprattutto dal versante norvegese dello stesso), ma suonato con notevole capacità e personalità e con al suo interno più di qualche elemento di sicuro interesse in grado di dare al sound della band connotati assolutamente peculiari. A mettere le cose in chiaro fin da subito ci pensa l'iniziale, luciferina, HERALDS OF ANTICHRIST, col suo assalto all'arma bianca fatto di riff gelidi nella miglior tradizione di acts quali Tsjuder o primi Immortal, blast-beat martellanti e un'atmosfera generale di puro nichilismo figlia dei migliori Mayhem, tappeto su cui si staglia la voce effettata di Lord Baal (non lontana qui dallo stile di Dagon degli Inquisition) in un connubio di grande intensità espressiva. Il brano, piuttosto lungo, si rivela piuttosto articolato e dinamico, oltre che ottimamente concepito e gestito, e ci permette di esplorare un po' tutte le sfaccettature del sound dei nostri che, benchè basato su un'intensità esecutiva fondamentalmente incessante, non è scevro da passaggi di più ampio respiro dominati da algide atmosfere, col riffing di Phobos capace di tratteggiare cupe e raggelanti melodie, non disdegnando nemmeno di arricchire il tutto con tetri passaggi di chitarra pulita. Il primo paragone che viene in mente sono i già citati Tsjuder del periodo da Desert Northern Hell in avanti (ma anche i connazionali e passati compagni di split Noctifer), in virtù di un'esposizione musicale ricca di cambi di tempo e di intensità, senza che venga peraltro mai meno la presa alla gola esercitata sull'ascoltatore per mezzo di un black metal che fa della chiarezza di intenti il proprio punto di forza. A bissare un'opener di tale impatto, ecco arrivare il mid tempo dai rimandi thrash della successiva FOUR BEASTS, preludio a un feroce assalto black di quelli concepiti per non fare prigionieri. Benché più compatto e diretto del precedente, anche questo brano mette in mostra l'intento palese della band di dare ai propri pezzi uno spiccato dinamismo, implementandone l'impatto con stacchi e cambi di tempo fulminei e molto ben calibrati, in grado di dare agli stessi quel qualcosa in più in quanto a presa emotiva e interesse all'ascolto, lasciando che le variazioni sul tema si compenetrino in modo estremamente organico esaltando ognuna le peculiarità delle altre. Impresa perfettamente riuscita, che ci consegna un nuovo brano allo stesso tempo godibilissimo, ottimamente scritto e intensamente appagante. Con la successiva BABYLON BLOODY HAMMER sembra di fare, almeno inizialmente, un balzo indietro nel tempo direttamente ai primi anni 90, quando i Mayhem, con Deathcrush, portarono all'interno della musica estrema una carica nichilista belluina mai sentita prima. È assoluto e incompromettibile spirito omicida quello che, infatti, pare animare l'attacco di questo brano, con un riffing in cui ogni pietà sembra essere stata abolita, il tutto coadiuvato dalle scellerate e fameliche linee vocali intonate da un Lord Baal semplicemente invasato. L'assalto, almeno inizialmente, è incessante; l'atmosfera, cupa e asfissiante, è puro black metal, musica concepita per fare male, al fisico come alla mente. Le cose cambiano leggermente nella seconda parte del brano, porzione in cui la band tira solo leggermente il freno, implementando la struttura del pezzo (anche questo piuttosto lungo, con i suoi quasi sette minuti di durata), con stacchi meno furiosi e più pesanti e con un riffing sempre serratissimo ma dall'afflato melodico maggiormente spiccato, prima che alla brutalità cieca e implacabile venga assegnato il compito di concludere questo maelstrom di morte. Gli Immortal di Battles In The North, uniti in un empio connubio con i Mayhem di De Mysteriis Dom Sathanas, sembrano materializzarsi nella successiva TRASCENDENTAL WILL, che si candida fin dalle prime battute come pezzo più brutale e devastante del disco grazie a un assalto senza sosta che sembra essere stato concepito esclusivamente per torturare (o deliziare, o ambedue le cose) i padiglioni auricolari dell'ascoltatore, grazie anche alle spettacolari vocals di un Lord Baal costantemente sugli scudi, qui impegnato ad evocare incubi di insondabile potenza.

La prestazione del resto della band non è da meno, compatta e affilatissima, perfetta esecutrice di un brano che, fra velocità deraglianti, riffing al cardiopalma, stacchi black-thrash dal dinamismo e dalla potenza disumani e un'atmosfera a dir poco annichilente, si staglia senza timore di smentita fra gli highlights assoluti di un album che si è rivelato fin qui assolutamente inattaccabile e privo di qualsivoglia punto debole.

La successiva title-track SON OF NO GOD si rivela essere un altro pezzo dalla durata importante, superando senza problemi i sette minuti di durata, e ci permette di nuovo di constatare la capacità della band di risultare compatta, devastante e sempre viva e vibrante anche in composizioni dal minutaggio piuttosto consistente, soprattutto se riportato al genere di appartenenza. Ci troviamo di fronte a un brano nuovamente improntato alla velocità, caratteristica cui raramente i nostri rinunciano, ma dal costrutto melodico e atmosferico decisamente più spiccato, così come più spiccati risultano il dinamismo e la multidimensionalità dello stesso, in virtù di un approccio compositivo estremamente vario nelle soluzioni e nelle variazioni sul tema adottate facendo perno su una struttura nervosa e cangiante, ricca di cambi di tempo e piena zeppa di intuizioni molto efficaci in fase di arrangiamento. Un altro centro pieno, anzi, pienissimo, per una band che appare davvero in stato di grazia. Se fin'ora ci eravamo in pezzi dalla durata considerevole, con la successiva e conclusiva FALL OF PERFECTION andiamo addirittura oltre,visto che il brano andrà a sfondare senza problemi il muro dei 12 minuti. Inaugurato da iniziali sentori al limite del black-industrial, il brano si dipana inizialmente su un maestoso mid-tempo (non privo di schizzate accelerazioni) su cui la voce, filtrata e inquietante, di Lord Baal ha gioco facile nel dipingere scenari di ineluttabile, magniloquente desolazione, prima che l'intensità esecutiva torni a farla da padrona, portando il brano sui binari dell'assalto sonoro senza freni, benchè opportunamente smorzato (ed, allo stesso tempo, enfatizzato) da opportuni stacchi meno scellerati e da porzioni maggiormente improntate all'atmosfera in grado di fornire allo stesso la necessaria vivacità compositiva e strutturale, senza la quale un pezzo di tale durata non riuscirebbe a risultare vincente, come invece accade in questo splendido brano. Molto interessante il modo in cui l'intero brano sembra pervaso e infettato da gelidi germi industrial, con rimandi agli immancabili Beherith e Mysticum, attorno ai quali la band si dimostra maestra nel confezionare un pezzo allo stesso tempo decisamente sperimentale e spietatamente black metal nell'impatto, andando così a suggellare un album straordinario con un brano in grado di mostrare un'altra componente del bagaglio compositivo e di influenze degli Acheronte con una forza d'urto e un'efficacia che non ammette repliche, e che non fa assolutamente prigionieri. Poche storie, se amate il black metal più feroce, intenso, gelido e annichilente ma non disdegnate strutture più impegnative o costruzioni e intuizioni più ardite, questo è un album che non potete assolutamente lasciarvi sfuggire. Per quanto mi riguarda, mi sa che lo metto in loop. Lavoro devastante, un'autentica perla nera. Letali.

 

Edoardo Goi

95/100