Sicuramente gli Acrania rientrano in quel ristretto gruppo di band col coraggio di uscire totalmente dalla zona confort legata agli stilemi tradizionali del nostro genere preferito. Sono molti i musicisti in ambito metal che nel tempo, analogamente ad una tartarughina che timida mette fuori dal guscio la testa per la prima volta, hanno cercato di sperimentare soluzioni nuove, innovative e lontane dal background originale. Tuttavia spesso i risultati sono stati altalenanti e, ancora più di frequente, sono arrivate pesanti critiche dai fan più affezionati. Questo combo, originario del Messico, ha fatto invece delle contaminazioni, legate in questa sede alla loro terra d’origine, il proprio marchio di fabbrica.

Dopo un EP e 2 full length datati rispettivamente 2010 e 2012, il quartetto, originario di Mexico City, arriva alla pubblicazione di questo “Fearless”, titolo che manifesta la “non paura” di andare oltre certi stilemi, e pagare tributo alle proprie origini geografiche. Mai il genere di riferimento nominato nella biografia di un gruppo fu più azzeccato: la dicitura “latin metal” riassume perfettamente quello che andremo ad ascoltare. Giusto per dare un’idea di quello che vi aspetta, provate a pensare al sound latino di Sepultura e Soulfly portato all’estremo. Chi ricorda l’album “No Coração dos Deuses”, colonna sonora dell’omonimo film brasiliano ad opera niente meno che di Igor Cavalera e Andreas Kisser in collaborazione con André Moraes, noto produttore e autore di colonne sonore, è sulla strada giusta. Ma andiamo ancora oltre, buttiamoci dentro la follia di Mike Patton, l’imprevedibilità di Devin Townsend, le intuizioni degli Atheist e una capacità innata di passare con disinvoltura da partiture death metal estreme, a momenti salsa e merengue. Il tutto condito da partiture thrash/death di tutto rispetto, con chitarra e batteria sempre in primo piano, fuse alla perfezione con strumenti tradizionali di cui quelli più familiari sono forse tromba e sassofono (perdonate la mia ignoranza in materia, ma per me è impossibile riconoscere strumenti così lontani dalla mia esperienza musicale). 

Le intenzioni sono chiare fin dall’opener “People Of The Blaze” che, dopo poche note, vi teletrasporterà magicamente sulle spiagge di Puerto Escondido dove vi aspettano sabbia, sole, mare e tanta tequila. Giusto per non farsi mancare nulla, non sono rari alcuni passaggi ad hoc costituiti da brevi citazioni strumentali di canzoni famose e legate alla cultura dell’America centrale; non essendo assidui ascoltatori di questo genere, forse tali incisi passeranno via inosservati, anche se in alcuni casi avvertirete un senso di deja vù. In ogni caso vi sfido a non riconoscere l’incipit della famosissima “Tequila” dei The Champs, che vi incalzerà simpaticamente in coda al primo pezzo. I brani seguenti presentano più o meno tutti lo stesso schema, e vedono l’alternarsi e/o mescolarsi per circa 40 minuti, con una apparente mancanza di continuità e senso logico, strumenti, sonorità e partiture che su carta sono agli antipodi ma che in questa sede coesistono in maniera efficace.

La totale libertà artistica di questi ragazzi si manifesta con una totale noncuranza dei confini, che, arma a doppio taglio, si concretizza molto spesso con il dubbio nell'ascoltatore di cosa si stia realmente ascoltando: metal, jazz, musica etnica, prog, salsa o hardcore? Si tratta di metal con tinte latine, o viceversa? Sicuramente per chi ama le sfide e le contaminazioni, e per chi non ha pregiudizi nei confronti di queste sonorità, questo album cadrà facilmente tra le uscite “must have”. Risulterà invece molto difficile da digerire per gli ascoltatori abituati a ritmi più tradizionali. Bisogna anche tenere conto che la verve progressiva e sperimentale potrebbe allontanare anche eventuali ascoltatori occasionali, in quanto questo album poco si presta a fungere da sottofondo, in quanto per poter essere apprezzato deve essere ascoltato con attenzione e pazienza, in modo da percepirne tutte le sfumature.

Per concludere una nota di merito alla produzione, che risulta molto “naturale” e mette in risalto tutti gli strumenti: ascoltando in cuffia è piacevole percepire ogni sfumatura di ogni singolo strumento, sia esso un basso elettrico o un qualsiasi altro strumento acustico. Album per pochi, ma che lo ameranno alla follia.

 

 

Alessandro “Sorma” Sormani

75/100