28 NOVEMBRE 2017

Bentornati avventurieri su questa carrozza, il viaggio oggi inizia al crepuscolo poiché solo dopo l’imbrunire possiamo vedere ciò che la strada davvero nasconde per noi. Ad accompagnarci le note degli After Dusk con il loro nuovo album: “The Character Of Physical Law”. Questi cantori arrivano da una terra fatta di miti e leggende, che diede i natali a grandi filosofi che si interrogarono per primi sull’esistenza dell’uomo, Atene in Grecia. La storia del gruppo è oramai di scultorea memoria, fin dalla fine degli anni novanta sono presenti sulla scena musicale ma, come molti gruppi del panorama mondiale moderno, non ci hanno subissato di registrazioni prodotte in serie, bensì ci hanno proposto album ragionati e costruiti sui modelli della band e quest’ultimo lavoro non fa eccezione. L’album si presenta con nove tracce di gran stile. Introdotte da una cover art dalla protagonista femminile, che ricorda un po’ lo stile della talentuosa Rebecca Guay, in una sorta di commistione moderna con il carattere prettamente dark del disco e le moderne tecniche d’illustrazione. Il logo della band, dalla composizione già molto post-vintage, posizionato in alto a destra sembra poi essere memore di quell’epoca in cui le cover erano pensate per le confezioni dei dischi in vinile, quadrati, grandi, veri, belli. Il personaggio, una sorta di sacerdotessa di un culto non meglio specificato, ci guarda direttamente negli occhi sorseggiando da un calice dalle fattezze assai inquietanti; nel quale vediamo riflettersi un’intero universo. Andiamo allora ad esplorare questi pianeti! La prima traccia è proprio la title track,“The Character Of Physical Law” . Il brano ha una partenza fulminante, non necessita di introduzione ma va direttamente al sodo con un incipit diretto e di per sé curioso. Difatti il riff iniziale parte da una nota in palm-mute che all’ascolto dà quasi la sensazione che non sia effettivamente un inizio bensì quasi un proseguo da qualcosa di precedente. La composizione musicale è da subito degna di interesse; si tratta di una bella commistione tra riff di chitarra Hard Rock e stilemi che sfociano nel Progressive, alla voce infine il compito di creare il carattere della melodia che, inaspettatamente, è impostata su caratteri riconducibili al Doom Metal. Si potrebbe pensare che sia un guazzabuglio ed invece i nostri dimostrano di sapersi destreggiare nel coadiuvare caratteri molto dissimili tra loro; ciò che potrebbe presentarsi come un semplice sfoggio di bravura nell’arrangiamento diviene il carattere della band. Infine, quasi a volerci bonariamente prendere in giro, la composizione nel finale accenna ad un’appendice curiosa che sembra essere un brano nel brano. “Masters Of Earth” prosegue il discorso senza accennare a diminuire il beat iniziale. Anche qui il sentire gli inserti nella melodia principale e l’utilizzo dei registri di organetto simil-hammond accentuano la vena progressiva (nel senso più storico del termine) di questo album; in alcuni momenti pare di ascoltare davvero uno di quei vinili di fine anni sessanta, nei colori e negli stili. Il Leitmotiv  di questa composizione, poi, è sicuramente uno dei più ispirati ed il sapore che porta al palato dell’ascoltatore è piacevole e ben costruito. A seguire “A Phantom Epiphany” mette lo sgambetto alle nostre certezze. É però un dolce cadere. La composizione del brano osa mettere in gioco persino tecniche ed arrangiamenti Proto-Punk che pian piano sfociano in un connubio di fraseggi classici e beat tipici del Doom Metal. In questa composizione, come nel resto del disco, è chiaro il talento di questa band negli arrangiamenti. Materia sconosciuta (purtroppo) a buona parte della moderna generazione dei gruppi, in questo album trova un universo nel quale inserire i suoi corpi celesti e le loro traiettorie. Siamo arrivati nell’orbita di “A Corpse With A Smile”. Si prende un po' di respiro ma si prosegue senza perdite di concentrazione. Qui a differenza delle composizioni precedenti la voce di 
Paminos [ Lead Vocal della band, n.d.r.]  può permettersi una licenza poetica ed anche nell’arrangiamento si prediligono gli utilizzi delle sovrapposizioni melodiche di linea vocale; delicatamente, con dovizia di particolari e senza perdere il focus dul tema principale. Il riff principale, ancora una volta, strizza l’occhio alla composizione musicale prettamente anni sessanta e sforna un’altro dei temi migliori del disco. “Mindinfestation” è un naturale proseguo del discorso e, sebbene in apparenza possa presentarsi come un brano ponte, il carattere del brano giunge in tempo per non perdere d’attenzione e, anzi, sentiamo qualche fraseggio più accentuato di chitarra. Difatti in quest’album non troverete assoli particolarmente pesanti da parte di alcuno strumento ed è un bene. A riconferma del talento sopracitato dei nostri ciceroni, non vi è necessità alcuna di forzare l’ascolto di  soli interminabili o tecnici e di conseguenza chi, come questo gruppo, non lesina certo d’idee o tecniche musicali non vede motivo di infarcire tutto di arzigogoli e barocchismi. “Pyroclastic Flow (Honeydoom)” passa il valico. Riprendendo un tema già affrontato nel disco sotto una luce più calda ed intima ci accompagna, come un amico che ci tiene per mano,  verso gli ultimi approdi del disco. In questo brano più che in altri capiamo che sono le piccole cure nell’esecuzione della registrazione a farla da padrone. Che siano le chitarre ben inserite o le tastiere ben armonizzate, non troverete mai nulla fuori posto dal punto di vista sia tecnico che artistico. Insomma siamo davanti alla prova che esistono gli artisti estrosi nell’essere ordinati! “Even The Sun Must Die” è un monito, lugubre? Forse. Premonitore? Certo. La certezza che il disco come il sole finiranno ci viene anticipato senza remore. Questo brano porterà sicuramente l’ascoltatore ad immaginarsi la figura profetizzante della voce solista attorniata da ascoltatori atterriti. Qui la composizione ed il tono scelto per la melodia vocale e per il cantato in toto strizza,stilisticamente, l’occhio all’universo d’inizio anni settanta ed in generale figura come un bel poster appeso nella classica camera da teenager dell’epoca. Si apprezza in particolare la voce solista che, pur spostandosi in alcuni momenti su toni critici, non sbava e non eccede; dimostrando ancora la classe di questa band. Alla sua partenza “Take The Bitterness Away”  commuoverà senza remore i nostri amici con più esperienza ed è giusto così. I nostri spengono i motori prima dell’ultimo viaggio stellare e si lasciano cullare dall’inerzia. La chitarra spicca il volo in fraseggi ed un solo che non sfigurerebbe, armonicamente, anche se eseguito fuori contesto.        Le tastiere diventano pianoforti, le distorsioni si spengono e persino le percussioni si scaldano. Il sottoscritto, personalmente, considera questo il vero finale del disco, il punto dove si arriva al dunque e si recepisce il messaggio ma il motore si riaccende e riparte, previo riscaldamento, con “King Of Misery” . Questo brano è l’ultimo pianeta da visitare ed in effetti ha il carattere malinconico dell’addio ma non sarebbe sfigurato anche se posizionato all’interno dell’album in posizioni superiori. Spiace ammettere che sia l’unico dove le scelte vocali non sono immediatamente chiare, ma si tratta di sbavature assai poco meritevoli di dissertazioni. I soli di chitarre e tastiere Sono qui posti a tributo, forse, per chi ne sentiva la mancanza ma spostano il carattere designato per l’album e, forse, questo non fa che allontanare il brano dal discorso. Sarebbe bastato inserire la traccia sotto forma di bonus track per chiarire che è un di più, un regalo fatto ai fan. Ma questo, sia chiaro, non inficia il lavoro fatto dalla band. Il disco è assai ben costruito e il mixaggio rende abbastanza giustizia alle composizioni. Unica pecca potrebbe essere il tono scelto per le tracce di voce, molto affossate nei toni medi e quinti talvolta potrebbe capitare, a seconda dell’impianto utilizzato, di non riuscire a sentire il ruolo principale all’interno del mix. I brani sono tutti ben registrati e non ci sono sbavature particolari nelle esecuzioni. Mentre gli arrangiamenti sono assai ben costruiti la composizione musicale presenta alti e bassi. Alcuni brani, presi singolarmente, hanno idee ed identità ben delineate altri, invece, tendono a non riuscire a spiccare nel complesso. Tuttavia, ad essere sinceri, questa è una caratteristica tipica della stragrande maggioranza degli album, anche più blasonati; quindi non si vede il motivo di renderla una caratteristica inficiante per la considerazione dell’album. Singolarmente le composizioni vedono una parte percussionistica presente ed attiva mentre le linee di basso spesso appaiono in sordina rispetto alle partiture chitarristiche e vocali. Quest’ultima, infine, un po’ per scelta stilistica un po’ per scelta compositiva, spesso, non utilizza pienamente la gamma vocale a disposizione e si limita ad assestarsi nell’arco circoscritto di alcune note. Questa è una scelta che richiama, certamente, gli stilemi sopra presentati ma potrebbe stancare l’ascoltatore meno incline all’ introspezione musicale. Si tratta in toto di un lavoro ben costruito che non fa che rimarcare la bravura della band nelle sue eccellenze e non si lascia condizionare troppo dai suoi punti deboli. Il viaggio è stato piacevole e non ci resta che ripercorrerlo più e più volte per scoprire tutti i suoi segreti.

 

Matteo Musolino

79/100