Se il power europeo dà forti segni di un importante ricambio generazionale, quello statunitense non è da meno, proponendo dei progetti interessanti tra i recenti debutti. Uno tra questi è quello dei Blackgate, band originaria di Grand Rapids, in Michigan, che presenta un thrash/power vagamente ispirato ad alcuni tra i più importanti nomi del genere provenienti dal nord dell’Europa, mescolati a chiare influenze del continente transatlantico, in particolare per quanto riguarda la parte “thrash” della loro produzione. 

Il gruppo vede la luce nel 2013 e già nel primo biennio di vita riesce ad esibirsi sui vari palchi dell’underground metal del Michigan, oltre che a produrre il primo EP, omonimo, che riscuote un discreto successo. Il 2015, invece, vede i nostri essere di spalla a nomi del calibro di Symphony X ed Overkill, mentre iniziano i lavori per la pubblicazione del loro primo vero album, che avverrà nel luglio 2016. Stiamo parlando di Ronin, opera di cui oggi tratteremo. 

Il disco si apre con BPS, una veloce strumentale introdotta da un basso distorto che fa da apripista al resto della band. Il pezzo è in realtà un assolo delle due chitarre della durata di quasi tre minuti, durante i quali Matt Cremeans e Jeff Kollnot si alternano in un interessante botta e risposta, in cui basso e batteria fanno da sfondo senza però passare inosservati. Già sono chiare le sopracitate ispirazioni, che diventano ancora più evidenti nel brano successivo, la title track Ronin. L’ascoltatore è accompagnato alle porte di questo album dalla violenza e dalla velocità della batteria, tratto caratteristico della band a stelle e strisce, e che pervaderà l’intera produzione. Ronin è l’occasione per la voce di David Cuffman di introdursi. Una voce particolare, la sua, graffiante, cruda, poco melodica, ma che si sposa bene con lo stile dei compagni, così distorto, così diretto. Anche se Cuffman non disdegna, qua e là, di raggiungere delle note molto più alte di quelle a cui ci ha abituati. Se la prima parte del brano sembra la conclusione illegittima di BPS, un assolo ci conduce ad una seconda metà, che a tratti abbandona quella velocità di esecuzione del brano precedente. Non mancano però virtuosismi ed egregi assoli, che fanno di Ronin uno dei brani portanti del disco, non a caso ne è la title track. 

Senza un attimo di pausa, Ronin lascia il campo alla seguente Dying Age. Questa si differenzia dalla precedente per i toni leggermente più tranquilli, per dei riff di chitarra, molto più catchy, in chiaro stile maideniano, e per un ritornello decisamente più orecchiabile. Tuttavia Ryan Lunsford continuerà, imperterrito, ad esibire tutta la sua energia dietro le pelli, una caratteristica che rimarrà costante per il resto del disco. La seguente Horizon’s Fall si manterrà sullo stesso livello, soprattutto per quanto riguarda le chitarre, ancora nello stile della più nota band inglese, e per la voce, che presenta una linea ancor più orecchiabile. Il finale si distacca dal resto del brano, permettendo così ai nostri di introdurre Caesar, anch’essa di più facile ascolto rispetto ai primi pezzi del disco, seppur non ne invidia l’energia e la velocità. Di questo brano c’è poco da dire, così come anche per la seguente The Soldier, di cui però si noti l’egregio assolo di basso, in quanto entrambi si mantengono pressoché sulla stessa linea di Horizon’s Fall. 

You Better Run sposa la violenza e l’energia delle canzoni in apertura con l’orecchiabilità delle successive, proponendosi quindi come brano centrale della produzione Blackgate, soprattutto per l’interessante, anche se breve, intermezzo simil-ballad, in cui le due chitarre danno prova di sapersi esibire anche in qualcosa di più melodico e lento. Il pezzo ritorna subito sui binari più consueti ai nostri, con un ritornello diretto, incisivo, che resta nelle orecchie degli ascoltatori anche oltre il termine del brano. 

La voce di Cuffman pone la parola fine a You Better Run, lasciando spazio all’unico brano lento dell’opera, forse troppo breve: Beneath, un soave strumentale di un minuto scarso, che rilassa gli animi prima della cavalcata finale. Sulla stessa linea, però, si mantiene l’introduzione del lungo brano successivo, The Veil, che apparentemente, quindi si presenta come una ballad vera e propria. Ma i Blackgate ci hanno dimostrato che in sette minuti sono in grado di stravolgere le aspettative, e The Veil si trasforma ben presto nell’ennesimo pezzo veloce e distorto, nonostante prevalgano, qua e là, atmosfere più struggenti e tristi. 

Non c’è un attimo di pausa, perché dopo la lunga The Veil, ci imbattiamo nell’altrettanto lunga Last Son, introdotta questa volta da un riff di basso e poi ancora da un arpeggio che, come per la precedente, ci inganna sulla natura del pezzo, presentandosi dapprima come una ballad, per poi tornare su linee più consone ai cinque di Grand Rapids. Ancora una volta si ode l’eco degli Iron Maiden nel riff principale, su cui si inserisce una voce insolitamente più melodica del solito. Last Son è un brano emblematico, racchiude in pieno lo stile dei Blackgate, riportando anche dei potenti cori, tipici del power metal, di cui i nostri sono per metà esponenti. Il tutto restituisce un pezzo godibile, che risponde a chi storcerebbe il naso davanti a due brani della durata di sette minuti ciascuno, in successione. Sicuramente una delle tracce più orecchiabili dell’album. 

E’ forse troppo azzardata la scelta di chiudere un brano importante, dal punto di vista della durata, senza un’effettiva conclusione, perché Last Son, come accaduto anche per altri pezzi del disco, si connette direttamente a I Am The Night, il suo successore, che invece si riallinea con Caesar e The Soldier. 

Invece, per quanto riguarda le ultime due canzoni del disco, facciamo una menzione particolare per Iron Legion, per l’estrema e stupefacente velocità d’esecuzione della batteria, che raggiunge picchi inarrivabili e mai raggiunti nel resto del lavoro, e per l’introduzione di basso di Tim Luce, che ancora una volta coglie l’occasione per dimostrare tutte le sue doti. Infine, per quanto riguarda Hollow Men, poco da dire: a nostro avviso, un brano troppo anonimo, troppo simile al resto del disco (anche se innegabilmente di pregevole fattura) per essere posto al termine (non) ultimo dell’album. Forse proprio per questo la vera e propria chiusura è assegnata a BPS (Reprise), una sorta di ripresa del brano di apertura, forse per restituire un filo conduttore che passa per tutte le quattordici tracce. 

I Blackgate danno prova di grandi doti, dimostrano che il loro è un progetto serio e importante. Non è da tutti infatti presentare un disco d’esordio di quattordici tracce, due delle quali della ammirevole durata di sette minuti, in successione, senza stancare l’ascoltatore. C’è da dire, però, che forse dovrebbero ampliare i loro orizzonti musicali ancor di più, per poter presentare un repertorio più vasto e per dimostrare di essere in grado di suonare non solo brani distorti ed eccessivamente veloci e virtuosi. Qua e là, in Ronin, abbiamo avuto modo di sentire dei momenti più simil-ballad, quindi i cinque del Michigan hanno già mostrato di essere in grado di variare dal filone thrash/power di cui restano comunque dei validi esponenti. Aspettiamoci e auguriamoci, quindi, un futuro costellato di soddisfazioni per i Blackgate. 

 

 

Claudio Causio

87/100