Giunge dalla lontana Las Vegas, Nevada, “Six Sick Senses”, il secondo album degli statunitensi Sue’s Idol. Il disco raccoglie l’eredità del precedente “Hypocrites and Mad Prophets”, datato 2014, che aveva visto come membri del gruppo solo i due fondatori, Dan Dombovy (chitarre) e Shane Wacaster (batteria/voci), mentre il suo successore presenta anche le firme di Steve Habeck al basso, Mitch DeMatoff al piano e alle tastiere, oltre all’ospite d’eccezione, il chitarrista Toby Knapp. Six Sick Senses vede la luce nel 2016, presentandosi come un misto del più classico power metal dalle cupe atmosfere, ed un ancor più classico heavy/thrash di chiaro stampo americano, risultando quindi un disco veloce, incisivo, non eccessivamente elaborato, ma schietto e diretto, seppur, forse, troppo monotono.
Una voce distorta, proveniente da un lontano futuro, accompagnata da un melanconico arpeggio, ci introduce al brano di apertura, la title track, Six Sick Senses. Finalmente, dopo circa un minuto, le chitarre distorte ed una potente batteria aprono il vero e proprio pezzo, a cui farà eco più tardi una voce, anch’essa distorta. I riff si manterranno per la maggior parte della canzone, fino all’intermezzo, in cui si ripresenta l’arpeggio, accompagnato da una parte parlata, sottovoce, che termina in un assolo finale, che non lascia spazio a ritornelli o strofe, se non al fill di batteria che apre DMO, il brano successivo.
Per lo più sugli stessi ritmi della precedente, DMO presenta un ritornello sicuramente più orecchiabile, scandito dai “botta e risposta” fra la voce principale e le voci coriste, oltre che al breve, seppur intenso, solo di basso, al quale segue un altrettanto breve solo di chitarra. Quindi, il brano si chiude con una dissolvenza, mentre un ulteriore fill di batteria introduce Hall of Mourning, che alza i ritmi, mantenendosi però sulle linee guida dei pezzi precedenti (una costante per l’intero disco). La voce è nuovamente tendente al power, caratterizzata da quelle distorsioni già sentite in maniera più prepotente in Six Sick Senses. Dei tre brani finora ascoltati, è sicuramente il più potente, ma non il più incisivo.
Con Scion Pariah per la prima volta viene superata la soglia dei 5 minuti. Un ritornello ancor più orecchiabile, un solo virtuoso di chitarra e una conclusione così ripetitiva, restituiscono un brano di ottima fattura e capace di entrare facilmente nella testa dell’ascoltatore. Ma la seguente Kill or Be Killed non è da meno: nuovamente viene infranta la soglia dei 5 minuti, per un ulteriore pezzo “catchy”, introdotto da una bellissima intro di tastiere ispirata alle migliori colonne sonore hollywoodiane. Kill or Be Killed è un pezzo elaborato, composto da diverse parti e soli, ma comunque in grado di far fare headbanging agli ascoltatori. Una delle migliori canzoni del disco.
Purtroppo Luna Sees delude le aspettative. Meno orecchiabile delle altre, si presenta come un brano scontato, poco incisivo, introdotto da un riff di chitarra abbastanza comune. Seppure è innegabile la capacità di composizione deli quartetto di Las Vegas, Luna Sees non è fra i migliori brani del loro repertorio.
Metal Octane, nonostante presenti una linea vocale nuovamente scontata, è sicuramente più interessante di Luna Sees, in particolare per il riff di basso in apertura e per quei momenti in cui Shane lascia quelle linee vocali quasi ovvie per dei pericolosi seppur ben riusciti acuti tipicamente power, che strizzano l’occhio alle controparti europee.
I sei minuti di Gears of War scorrono con piacevolezza. Gli interessanti riff, spesso diversi gli uni dagli altri, le parti più lente, altre decisamente più veloci, si intersecano in un tutto decisamente più godibile rispetto ad altri brani precedenti, un tutto in grado di piacere ad un più vasto pubblico di ascoltatori e intenditori di metal, in quanto è in grado di passare da sound più power a sound più cupi e distorti. In Gears of War sta tutta la capacità di scrittura della band statunitense.
Taste This Evil quasi regge il confronto con il brano precedente, in quanto presenta un ritornello che dapprima sembra stridere, ma che si trasforma nell’ennesimo giro orecchiabile e facilmente canticchiabile. Ancora una volta, inoltre, il pezzo è composto da diverse parti ben incastrate l’una con l’altra.
Siamo quasi giunti alla fine del nostro percorso, quando ci imbattiamo in A Minor Requiem, l’unico brano lento del disco e, forse, troppo breve. Si impone in maniera prepotente il pianoforte, laddove invece le chitarre tentano di emergere con potenti accordi distorti, ma devono arrendersi all’arpeggio di una chitarra pulita e ai virtuosismi del pianoforte stesso, così incalzante, in tutta la sua eleganza. Il brano è dunque concluso da un maestoso organo.
Lady Painted Death chiude l’album. Nulla di particolare, abbastanza simile ai primi pezzi del disco, anche se presenta quel tratto interessante rappresentato da una linea vocale qua e là simil-rap. Resta comunque un brano per lo più anonimo, posto in conclusione forse perché si voleva mettere l’accento sui pezzi centrali, che, come si è visto, sono di fattura innegabilmente più pregevole.
Insomma, un buon disco. Nulla di eccezionale, in particolare perché non si tratta di un (vero e proprio) esordio, anche se per la prima volta, come abbiamo voluto sottolineare all’inizio della nostra recensione, il gruppo si è visto allargato, ma comunque un lavoro degno di nota, ottime doti tecniche e di composizione, espresse in particolare nei momenti di intersezione all’interno di uno stesso brano. Di contro, però, rischia di essere troppo ripetitivo e stancante quell’effetto particolare nella voce, quel modo di cantare troppo e troppe volte uguale a se stesso. Nulla da togliere però alle indubbie qualità canore di Shane Wacaster che ha dimostrato di essere comunque un cantante versatile, in grado di produrre linee sia più vicine al power sia più vicine all’heavy più classico.
Quindi, date le loro capacità, dato il primo approccio ad un modo di fare musica per loro estraneo fino a questo momento, siamo speranzosi per un miglior futuro per il quartetto di Las Vegas.

 

Claudio Causio
 78/100