25 brani, per un totale di circa 33 minuti di musica, in pieno stile hardcore punk, sono il contenuto di questo “The surfeit”, ad opera degli statunitensi Svlphvrvs. Il trio di Chicago è dedito ad un “new school crossover thrash”; questa emblematica definizione è da intendersi come una particolare fusione tra thrash metal vecchia scuola, hardcore, punk, crust e numetal. Tra i gruppi di riferimento, come evidenziato anche dalla biografia della band, si riscontrano Corrosion of Conformity, Agnostic Front, Slayer, primi Metallica, Voivod e Discharge. A questi si aggiungono anche i System of a Down, per alcune intuizioni a livello di arrangiamenti, e i Superjoint Ritual di Phil Anselmo, soprattutto per l’attitudine in-your-face.

 

Il tema dell’album è una critica “agli eccessi di qualunque tipo”, concetto che viene ripreso anche dalla copertina che vede alcune mucche (che in questo caso simboleggiano la rovina dell’ambiente, in relazione agli eccessi dell’uomo) annegare in un prodotto caseario. I pezzi sono tutti di breve durata, e non superano quasi mai i 2 minuti; l’approccio diretto emerge fin dalle prime note e, salvo qualche raro intermezzo costituito da spoken words, o brevi sfuriate strumentali, Jason Goldberg (voce e basso) e Jon Slusher (voce e chitarra) urlano tutta la loro rabbia alternandosi al microfono in maniera convincente. Voci sguaiate e acide sono accompagnate da chitarra, basso e batteria senza troppi fronzoli. I suoni sono volutamente grezzi e a volte caotici, ma i riff risultano talmente snelli che i passaggi sono sempre riconoscibili; probabilmente la registrazione è avvenuta in presa diretta e senza troppi trucchi in post produzione, ma questo giova alla genuinità dell’opera e degli intenti. James Staffel alle pelli picchia duro e sicuramente il suo apporto è importante, sostenendo con ritmiche serrate e mai sottotono le due asce.

 

È difficile, se non impossibile, analizzare il disco track-by-track, tanto meno individuare un pezzo migliore rispetto agli altri. I brani sono talmente brevi che appena l’orecchio è attirato da qualche passaggio degno di nota, si entra nel brano successivo senza nemmeno rendersene conto. Tra sfuriate punk hardcore, percosse thrash metal, rallentamenti strategici, cambi improvvisi di tempo e piroette vocali alla Serj Tankian degli esordi, si arriva molto presto all’ultimo pezzo, senza troppi ostacoli.

 

Se da un lato non si può dire che nell’insieme il disco non sia divertente, dall’altro, soprattutto dopo un secondo ed un terzo ascolto, lo troverete “innocuo”. La classe dei Voivod, l’attitudine degli Agnostic Front e soprattutto l’arroganza di Phil Anselmo (da intendersi in questo caso come un fattore positivo) sono lontani anni luce, e, per quanto i ritmi siano sostenuto o la voglia di picchiare emerga ad ogni colpo di rullante, la proposta risulta comunque una copia più o meno riuscita di chi, negli anni, ha fatto scuola in tale ambito. Manca un po’ di mordente e soprattutto di originalità. Come base ci siamo ma, se i nostri andranno avanti con costanza, con un po’ di esperienza in più riusciranno a superarsi e scrivere brani più originali e di spessore. 

 

 

Sorma

65/100