7 NOVEMBRE 2018

Dopo una lunga pausa dalle attività, durata due anni, i napoletani Hangarvain tornano in studio e sfornano Roots and Returns, successore di Freaks, il disco che ha consacrato la compagine nell’underground italiano, riuscendo a raggiungere la tanto agognata soglia delle mille copie vendute nel 2016. La breve ma intensa carriera degli Hangarvain, che li ha portati sui palchi di tutta Europa, insieme con alcuni dei più importanti nomi della scena rock mondiale, e condotti attraverso le pubblicazioni dei due album Best Ride Horse e il sopracitato Freaks, regala alla band italiana l’ennesima fatica discografica, composta di sei tracce dirette e incisive, nel più chiaro stile di una band che risente delle forti influenze delle varie decadi in cui il rock è maturato. Perciò è inevitabile rintracciare in Roots and Returns l’eco di importanti nomi come Lynyrd Skynyrd, Whitesnake, o anche Pearl Jam e Black Stone Cherry, il tutto amalgamato e filtrato attraverso gli strumenti e le mani dei quattro italiani. L’album si apre con la title track, Roots and Returns, veloce e incisiva, che gioca soprattutto sugli accattivanti riff di chitarra, a cui fa riscontro una linea di basso pulita e gradevole, che riesce ad unire le sezioni ritmiche e melodiche in un mix decisivo e godibile. Elemento qui facilmente rintracciabile, presente per lo più in tutta l’opera, è un tempo granitico e marcato, soprattutto dall’abile “gioco di squadra” messo in campo dalla batteria, semplice ma sempre presente, con le pause diligentemente sfruttate da chitarra e basso. Nel ritornello la voce di Alessandro Liccardo, anche chitarrista, risponde a quella, naturalmente più protagonista, del lead singer Sergio Toledo Mosca, in un “botta e risposta” capace di dare ancor più groove ad un pezzo che fa proprio del groove la sua arma decisiva. Segue Apple Body, che con i suoi cinque minuti si configura come il brano più lungo dell’album. Il tempo risulta decisamente rallentato rispetto al pezzo di apertura, ma i caratteri in comune sono sempre molti: anche qui giocano un ruolo decisivo il basso di Francesco Sacco e un groove sempre più catchy e orecchiabile. Nel bridge e nel ritornello la chitarra si lascia andare a lunghe note aperte, che accompagnano la voce in falsetto di Mosca. Il tutto confluisce in uno special, in cui inizialmente la fa da padrona la batteria di Mirkko De Maio, che gradualmente lascia ampio spazio al lungo assolo di chitarra, a cui fa seguito una cavalcata finale di bridge e ritornello. I tempi tornano accelerati nel brano seguente, introdotto da un riff di batteria che conduce l’ascoltatore sugli stessi binari tracciati dalle due canzoni precedenti. È perciò il momento di Love Is Calling Out. Nulla da aggiungere rispetto a Roots and Returns o Apple Body: tornano preponderanti i cori nei ritornelli, questa volta essi stessi in falsetto, mentre è la voce di Mosca a mantenersi su note più basse. Riff piacevoli, in grado di far ballare il pubblico, intensi e veloci, restituiscono un brano godibile, non eccessivamente differente dagli altri, tuttavia uno dei migliori del disco, proprio per la sua capacità di catturare fino in fondo l’attenzione dell’ascoltatore. Avvicinandosi al termine del lavoro ci si imbatte in Give Me an Answer, più cupa delle precedenti e il cui tempo, nuovamente rallentato, calma le acque prima del “gran finale”. All’interno del disco, forse proprio per la sua brevità, non è presente una ballad, ma è proprio Give me an Answer a svolgere lo “sporco lavoro” spesso attribuito a brani più lenti. Ecco che questo si configura come un pezzo di transito, oscuro, volto però a trascinare l’orecchio dell’audiance alla successiva The River, sicuramente più incalzante, sebbene anch’essa si discosti poco dal resto del lavoro. Da segnalare, però, le seconde voci nel ritornello, in grado di coinvolgere la folla, in sede live, in potenti cori da stadio. Come per Love is Calling Out, The River si mantiene sulle linee guida precedenti, ma risulta comunque un buon lavoro, ben scritto e di facile ascolto, adatto ad ogni orecchio. Giunti alla fine, ecco I Heard Through the Grapevine. Il brano di chiusura rientra sempre nei confini disegnati dal resto del full-lengh, sebbene sia sicuramente il brano più grezzo e heavy del disco, che gioca addirittura anche sulle rime per trascinare il ritmo, la melodia e il groove, per cui l’ascoltatore non può far altro che ascoltare, catturato, fino in fondo quest’ultimo pezzo. Immancabile è, infine, il “botta e risposta” tra le due voci nel ritornello, accompagnato da una chitarra decisamente profonda e distorta. I Heard it Through the Grapevine, perciò, non tradisce le aspettative e riassume tutto ciò che è stato possibile ascoltare all’interno di Roots and Returns.  In conclusione, il terzo lavoro discografico degli Hangarvain è ben scritto ed eseguito, ma questo era fuor di dubbio, vista la loro longeva carriera. I brani, seppur fin troppo simili l’un l’altro, sono di facile ascolto nella loro interezza, non stancano l’orecchio, ma lo trascinano fino alla fine. C’è da dire, però, che la produzione del lavoro non è eccelsa: il suono non è nitido e pulito, caratteristica quanto meno dovuta per una band non più agli esordi. La voce è troppo distante, a tratti coperta, soprattutto nei ritornelli, da una chitarra sempre presente e preponderante. Al contrario, è mirabile che nel 2018 una band giunta al terzo album sia riuscita a sfornare un disco grezzo e svuotato di post-produzioni, che risulta perciò sicuramente più sentito, personale e per niente artificioso e che permetterà la sua piena esecuzione in sede live, nel tour che seguirà la pubblicazione. Nel complesso, dunque, Roots and Returns è breve e diretto, ma al contempo godibile e piacevole, in grado di catturare l’orecchio dell’ascoltatore in ogni sua nota. 

 

Claudio Causio

78/100