28 GENNAIO 2019

Oggi parlo di un gruppo di ragazzi di Reggio Emilia, gli Hence, un gruppo che si è prodigato nell’ultimo anno nella composizione del primo EP,  composto da 5 brani nella durata di poco più 24 minuti, ma che ho ascoltato per molte ore apprezzando a pieno il loro lavoro.

Originariamente conosciuti come trio sotto il nome “Wheresmyplanet” il chitarrista Filippo Bonacini, il bassista Matteo Iotti e il Batterista Francesco Giro, accolgono il tastierista Edoardo Vandelli, dando così vita agli attuali Hence.

Nonostante il cambio del nome il tema “spaziale” rimane il aspetto più caratterizzante, non solo per i testi ma anche nelle musiche.

L’EP apre con la canzone “From a Star to Another” appunto l’inizio di un viaggio, con un suono che cresce richiamando il tema che si espande nell’aria e sfociando nel suo culmine con molta energia richiamando suoni a cui siamo abituati dalla musica contemporanea, ma con un dettaglio che mi ha molto colpito, la batteria che conferisce una dinamica al pezzo straordinaria, iniziato il cantato, l’atmosfera si rilassa e la voce introduce la storia, e la sezione ritmica la fa da padrone, un basso che unisce la voce con la mera ritmicità della batteria che sembra prendere un posto molto melodico attraverso dei fill ben posizionati che rispondono e accompagnano la melodia, andando avanti con l’ascolto la dinamica aumenta e la chitarra prende posto con arpeggi e ostinati che creano tensione e movimento verso quel momento di vuoto che anticipa la tastiera che sola rimane per dare un attimo di respiro per poi dare a tutto il gruppo la possibilità di tagliare il fiato nel ritornello e dare molta emozione nella voce, un piccolo viaggio attraverso musica e spazio, ma rimanendo sempre con i piedi per terra.

Verso la fine del pezzo la chitarra prende un ruolo più solista in un piccolo special suonando il tema arricchendolo leggermente per chiamare l’ultimo ritornello che sorprende lanciandosi in un piccolo stop con un grido e una chitarra che continua la sua cavalcata che corona il pezzo e lo porta al finale.

La seconda traccia, dal titolo “I’ve been Looking Inside of Me” parte sempre con quel suono di tastiere che caratterizza la loro musica, ma la batteria inizia dando la struttura su cui poi si appoggiano una linea di basso molto più melodica e la chitarra, quindi la voce parte in sicurezza e tranquillità, forte di un gruppo che si sente avere esperienza e lavorato con impegno per questo progetto, il basso prosegue imperterrito regalando, per l’appunto una stabilità ritmico sonora, arrivando al ritornello dove ognuno si libera in uno più aperto, che va a creare un ponte tra ritornello e strofa, che mantiene la sezione ritmica della strofa dove la chitarra senza scomporsi prende risalto.

Dopo il secondo ritornello un sospiro presenta uno special quasi onirico, dove ogni strumento aggiunge piccoli abbellimenti, cresce ma con un senso malinconico, che viene dissipato dalla carica finale del ritornello dove voce e chitarra si danno il cambio e lasciando una nota triste per questa seconda traccia.

La terza, “Letters From the End of World”, si va a differenziare dalle precedenti con una intro di piano, molto più dolce è l’atmosfera che si respira in questo brano, dolce come un ricordo che lascia un senso di malinconia, ma che conserva sempre la loro energia aggressiva quando la canzone declina verso un punto più basso di dinamica, con una parte strumentale più forte, pur sempre attenuata dall’atmosfera del pezzo, il basso risponde in una maniera molto classica ad alcune frasi accompagnando la seconda strofa, si giunge al ritornello finale che assume molta più importanza e pathos con una chitarra che riempie quello spazio rimasto inutilizzato nel pezzo concludendolo e richiamando uno stacco finale simile allo strumentale.

La quarta traccia parte con uno schiaffo molto simile alla canzone “Feeling Good”, intitolata Castaway, andando a creare un mood inizialmente diverso dai precedenti contesti, attraverso un basso molto cattivo e una batteria che riempie ogni silenzio che lascia il basso, ma che non deficita la voce nel cantato, interessante è il connubio di tastiera e chitarra che sale pian piano affiancando i precedenti strumenti,creando dapprima un climax ascendente, la ritmica in questo punto si abbassa per poi erompere e cambiare il mood del pezzo.

Il pezzo si evolve nuovamente a metà quando parte un segmento dove la tastiera assume un ruolo principale e molto particolare di stampo elettronico che serve a ricollegare la struttura in una nuova strofa che si evolve anch’essa per un ritornello finale che prende tutte le energie che erano state solo accennate dai musicisti per questa canzone.

“Untitled” L’ultima traccia dell’EP che racchiude tutte le loro particolarità sonore, un intro che presenta sia un piano molto classico che poggia l’accordo e un synth e una chitarra che salgono pian piano da quella staticità per lanciare con la batteria una introduzione imponente dove la chitarra esprime molta energia, la ritmica più incalzante di basso e batteria è cadenzata da un piano che scandisce come un orologio l’avanzata del tempo, la chitarra ritorna con la stessa intensità precedente accompagnando la voce nel ritornello, è molto piacevole come in ogni traccia dell’album gli strumenti nonostante sono coinvolti contemporaneamente in parti incisive la voce riesca a trovare sempre il giusto spazio senza mai essere eclissata.

Dopo una brevissima pausa il basso prende il comando e insieme alla chitarra, seguiti dalla batteria che scandisce i quarti alzando la dinamica, aprono in un fiume di energia grazie anche alla tastiera che avvolge il tutto rendendo questo special strumentale molto apprezzabile, nell’ultimo minuto ritorna la voce che spinge ulteriormente i suoi compagni, andando a sfumare nella conclusione dolcemente.

Quest’ultimo pezzo nonostante più corto degli altri secondo me racchiude la loro essenza musicale, incisiva e peculiare.

Piccole note dolenti di questo progetto sono strutture molto usate, seppur caratterizzate dal loro tocco estetico rimangono ordinarie, andando a rendere il tutto in alcuni momenti prevedibile dati anche molti dettagli che vanno a richiamare possibili influenze stilistiche pop-rock odierne.

Un progetto che ho apprezzato per la sua realizzazione e pulizia, buone idee che possono migliorare, sperando di sentire al più presto altre novità da questo gruppo.

Hence, che tradotto significherebbe” Da qui / Da questo momento”, probabilmente un nome appropriato per un gruppo che avendo avuto già esperienza nell’ambito musicale, ha deciso di percorrere questa sua nuova strada dividendo (e citandoli) “con una linea nera che divide il passato -caldo e familiare -dal futuro, freddo e sconosciuto”, appunto un viaggio verso un nuovo universo tanto agognato.

 

Just the Klaus

70/100