29 MARZO 2018

Dopo aver condiviso il palco con pietre miliari come Saxon, W.A.S.P. e Gotthard i Love Machine, band heavy metal milanese formatasi nell’88, compiono la loro terza fatica in studio regalandoci questa potenza di puro heavy metal (e quando dico puro intendo proprio PURO) “Universe Of Minds”. 

Un disco che non ha niente a che vedere con il metal moderno e che dà prova ancora una volta che l’old school non pecca mai in quanto a qualità musicale. 

“Anyway” è il brano che apre, energico, con tappeti di tastiere e melodie coinvolgenti.

Segue “Let’s Get it Rock”, con un intro di tastiera quasi psichedelico che apre le porte all’ondata di energia che segue subito dopo, tra riff in perfetto stile californiano accompagnati da tappeti di organo, e palm mute, “spezzando” infine il brano con un solo accompagnato da una ritmica che a tratti richiama il puro rock n’ roll dei ’50. 

Terza nella lista “Compromises”, effetti futuristici e cori “ecclesiastici” lievemente presenti fanno da un’intro che dà immediatamente l’idea della carica che sta per partire. Con strofe che corrono come un carro armato e un bridge cavalcante e coinvolgente. 

“Star Rider”, forse il brano in cui gli anni ’80 vivono in maniera più evidente rispetto agli altri, songwriting eccellente, con un intro fatto di dischi volanti, basso e batteria, crescendo man mano con riff di chitarra fino ad esplodere in un connubio perfetto con una melodia di tastiera semplice e ben scritta.

“Point of No Return” l’intero brano comincia con un riff cattivo e coinvolgente, “placandosi” durante le strofe fino a dare la giusta carica durante un bridge arricchito da tappeti di tastiere e legati. Il tutto accompagnato da un doppio pedale quasi costante durante l’intero brano.

“The Scorn”, brano a mio parere STRAORDINARIO. Un intro di pianoforte e tastiera accompagnato da una cassa che richiama molto il ritmo di un battito cardiaco, un’idea semplice che fa la differenza. Semplicemente da pelle d’oca.

Una canzone stupenda. Con un ritornello che sa unire perfettamente la cattiveria e la dolcezza dell’heavy metal. 

Con “Scared For These Times” rimaniamo a ritmi leggeri, parte con un semplice coro seguito da un accompagnamento di basso e batteria lasciando successivamente spazio a un riff di chitarra bellissimo che oltre a ripetersi durante il ritornello accompagnerà un solo di tastiera a mio parere azzeccatissimo al brano. Nulla da dire sull’outro eccetto che (sempre a parer mio) è la parte più bella dell’intera traccia.

“Maybe (A second life reality)” anche stavolta i cari Love Machine ci deliziano con un intro di tastiera che man mano tende a caricare grazie a groove di batteria e riff ben scritti. Groove essenziali, tappeti di tastiere e salti di corda rendono le strofe semplicemente bellissime. Bridge quasi psicheledico, lento, chiudendo infine con un outro che forse dura qualche giretto di troppo ma assolutamente stupendo.

Traccia numero nove, “Mama’s Call” uno dei brani più belli del disco, quattro minuti e quarantaquattro secondi in cui l’unica cosa da fare è mettersi le cuffie nelle orecchie e uscire fuori dal mondo. Interamente accompagnato da pianoforte e arpeggi di chitarra. Una ballad a dir poco  S-T-U-P-E-N-D-A.

“Journey”: Una voce demoniaca che a un certo punto ti chiede “Where is the truth?” gia dovrebbe farti capire a cosa stai andando incontro nel momento in cui selezioni la decima traccia di questo disco! Con questo brano si torna alla pura energia, tra riff di chitarra cattivi e doppio pedale, non facendoci mancare un solo che giocando sulle armoniche artificiali rende il tutto ancora più cattivo.

Ed eccoci infine a quella che chiude il disco “Now Or Never”, anche qui gli ’80 sono fortemente evidenti, l’intro parte con effetti futuristici e semplici accordi di chitarra, proseguendo con un “mini-solo” fino ad arrivare alle strofe che man mano diventano sempre più cattive ed energiche. Bridge cattivo e piuttosto “incazzato” che apre al solo. Il brano chiude infine semplicemente con il ritornello, ma l’aumentare di un tono rende la chiusura perfetta (sono un po’ fissato con queste particolarità).

Insomma ragazzi, se non fosse per la voce che a mio parere “copre” un pochino il resto, questo disco sarebbe semplicemente perfetto. Ad ogni modo non ha niente da invidiare né ai Maiden, né ai Saxon né tantomeno al grande Ronnie James. Quindi si siete amanti dell’heavy metal (come me) per una sera, anziché spendere soldi per prevendite di disco e drink, fate una spesa intelligente. Perché ne vale la pena.

 

Giuseppe Aounghus Campestre

90/100