7 LUGLIO 2018

I No Class D.G. si formano addirittura 12 anni fa, nel 2006, come tribute band ai motorhead, nel 2014 iniziano a scrivere le proprie canzoni mescolando i vari stili che li avevano influenzati fino a quel momento, passando dal rock 60/70 all’heavy metal, uno stile crudo e senza compromessi che sentiremo anche all’interno di questo EP intitolato “The Curse Hidden in the Beauty”. La formazione vede Sergio Vallero alla voce e al basso, Fabio Fenoglio alle sei corde e Sandro Parisi dietro le pelli.

Dunque partiamo con l’EP, l’apertura è affidata a “Belgaglia’s Song”, partenza fortissima, la chitarra pulita di Fenoglio ha una certa sfumatura southern e delle sonorità "paludose" fanno da trampolino per i riff massacranti che si susseguono su groove ben sostenuti, la voce di molto graffiata, coerente con il tipo di proposta musicale, si fa apprezzare particolarmente da chi ama le ugole più sguaiate, grezze e violente. Il riff distruttivo accompagnato dal groove che si allarga con sfacciataggine, quasi a mò di breakdown, dopo la sezione del ritornello rimane la parte più memorabile di questo primo pezzo. Segue la numero 2 “Claustrophobic Blues” e "groovy" è sicuramente la prima cosa che viene in mente quando parte il secondo pezzo, che continua su questa linea e mantenendosi fedele al titolo, seguono passaggi che richiamano alla lontana le progressioni blues classiche, le strofe presentano una sezione strumentale molto rocciosa sostenuta dal drumming asciutto e muscolare di Sandro Parisi, ancora la voce di Sergio Vallero si fa apprezzare non tanto per le doti canore ma per il timbro e la cadenza senza fronzoli, la sezione solistica viene annunciata da un breve climax che vede la chitarra che si presenta con poche ma giuste note, il solo allo stesso modo non è iper-articolato, ma scorrevole e godibile, con quella matrice calda rock blues che è una costante più o meno nascosta di tutto il sound della band. Continuiamo l’ascolto con “I’m Not a Dead Man” che presenta un’ apertura molto più scura rispetto agli altri pezzi, la chitarra si allontana da quella matrice rock per virare verso delle forme più tipicamente heavy/thrash, accompagnati sempre dal groove motorheadiano che ti fa sbattere la testa costantemente, il ritornello probabilmente vi entrerà in testa dopo il primo ascolto per la sua semplice efficacia fatta di un botta e risposta tra voce e strumenti, ecco di nuovo dunque quell'ispirazione rock blues. Dopo il solo segue un breve breakdown a cui segue un climax che preannuncia l'ultimo ritornello dove Vallero tuona "I'm not a dead man!" a chiudere tutto. Siamo ora arrivati alla conclusione con l’ultimo pezzo dal titolo “I Wish I Had The Power”. Pezzo che più degli altri svela l'influenza dei motorhead sulla band, tiro ben sotenuto, riff di matrice rock e carica tipicamente heavy, la stessa struttura scorre in maniera semplice, che non è da prendere come una cosa negativa sopratutto in questo momento storico. La seconda metà del pezzo ci coglie leggermente alla sprovvista con un groove lento, chitarra e basso suonano un blues su cui avviene un tipico "botta e risposta" tra voce e armonica a bocca, ci sembra di essere arrivati improvvisamente in louisiana insomma, il momento è una pausa che distende le membra, una volta rilassati, ma non troppo, ritorniamo subito a correre tra deserti, polvere e sudore con quel riff di matrice rock che ci ha accolti all'inizio questa volta, segue il ritornello finale del pezzo che chiude questo EP.

Una band che non si smentisce quando dice che il suo stile è “molto crudo e senza compromessi” e che fa sentire gli anni passati a crearsi delle influenze ben precise e come sfruttarle al meglio in questo EP che mescola l'hard rock, l'heavy blues, il southern rock e l'heavy metal con equilibrio, la presenza di ritornelli, ma anche di riff, più o meno catchy (come I'm Not A Dead Man) assieme a strutture semplici e sempre efficaci (con qualche vezzo qua e la) è la combo vincente di questo trio.

 

Massimiliano Lepore

70/100