22 FEBBRAIO 2019

Classico, puro, forte, tre parole con cui potrei identificare questo secondo disco dei “Run Chicken Run”.

Sin dai primi secondi d’ascolto è possibile cogliere un gusto già noto a molti (se non la maggior parte degli ascoltatori) di questo genere.

Opera di questa band italiana, formata da Michele Montesi alla chitarra e voce, Paolo Scarabotti al basso, Leonardo Piccioni alla seconda chitarra e Simone Medori alla batteria, che semplifica il suo processo creativo evitando mille orpelli e diciture molte care ai gruppi moderni e/o emergenti dei nostri giorni, che con criterio o meno vanno ad unire suoni e generi creando sottogeneri con tanti di quei nominativi da diventare alla volte un insieme di suoni e idee non sempre chiare al pubblico di massa, diventando così generi di nicchia per aristocratici che sono in grado di apprezzarle comprendendo l’idea dell’artista.

Seppur trovi giusto l’evoluzione della musica tramite esperimenti, prove, idee rivoluzionarie, quando sento una band che si libera dell’idea di complicare la propria musica per poter concentrarsi sulla potenza, sul suono, ritornando per certi versi al classico, non posso fare a meno di ascoltare con curiosità il suo operato.

“Don’t forget the wine” secondo album di questa band inizia appunto con un pezzo che ci sbalza decine di anni indietro, andando a ripercorrere quelle strade già battute da gruppi che hanno fatto di questo genere il successo, prima traccia “Rust from Space”.

Tanta energia e semplicità, strumenti che supportano una voce molto adatta al genere e un solo di chitarra molto conciso che non si perde in esecuzioni di stampo virtuosistico.

Il secondo pezzo “Your Girl” tira leggermente indietro, lasciando sentire meglio ogni strumento, basso in primis, di cui possiamo sentire un suono decisamente buono e stabile, un assolo di chitarra suonato veramente con gusto, che fa intendere non solo esperienza da parte del gruppo ma una conoscenza del linguaggio del genere molto chiara e approfondita.

In “Louder on You” si approfondisce un aspetto che è base e provenienza della loro musica, infatti se andassimo a risalire alle origini di ogni cosa potremmo trovare radici comuni e idee di generi che relativamente oggi sono diametralmente opposti fra loro, con il mero Blues di artisti come “Albert King” e l’heavy metal (e derivati) di molti gruppi dagli anni ’80 in poi, senza pensare che questi generi sono imparentati fra loro, infatti questa terza traccia è una prova, mood, groove e assolo sono quell’anello mancante di collegamento, un esperimento da parte di questi ragazzi molto riuscito.

Rimanendo su questa scia, le successive quattro tracce, “Sun”, My Heart is a Stone”, Black Shadow” e “Good Brewer”, esprimono il carattere forte e peculiare della band, senza però aggiungere un elemento che vada a rendere l’ascolto unico, rendendo le tracce, ben eseguite, ma leggermente rindondanti.

“Boredom Killers” rialza l’attenzione che un riff molto accattivante ripreso da tutta la band, si apre molto durante i ritornelli, rendendo il motivetto molto orecchiabile.

“Real Man” aumenta il climax, con un ritmo decisamente molto più incalzante, una batteria che scandisce ogni sedicesimo, una chitarra energica ma nostalgica, che sfocia in un riff che facilmente trasporta in un fiume di pensieri l’ascoltatore, la voce entra spavalda comandando il flow del pezzo, piena di rabbia e tristezza, un’emozione più chiara e più placida rispetto a tutto il resto dell’album, che non presenta “Ballad” come è (quasi) solito fare in ogni composizione di scaletta, ma questo pezzo è molto più una sorta di inno, che quasi si allontana dal genere precedente, ma che in realtà va ad esprimere tutta la loro energia andando a creare poi continuità nel loro ragionamento, che porta a “Blackout Out”, canzone conclusiva di questo progetto.

Ripresenta tutti gli elementi che abbiamo potuto conoscere nell’ascolto, riff coinvolgenti, voce accattivante e assoli di chitarra dal linguaggio chiaro e appropriato che vanno a definire tutta la loro esperienza e potenza.

Gruppo che ha molta potenzialità, anche troppa, un gruppo che su un palco ha molta stabilità ed emana l’energia necessaria per far emozionare, ma che va a perdere secondo me nell’album, dal momento che le canzoni assumono un gusto molto uniforme fra loro.

Puntando molto sul classico hard rock perdono di unicità andando a creare qualcosa di già sentito che fa perdere l’attenzione, non per questa la loro direzione è sbagliata, tutt’altro, ma in alcune tracce manca l’elemento che le renda speciali e sentendo ciò che hanno fatto agli antipodi del disco non sono affatto lontani da questo obiettivo, felice di averli ascoltati, in un’epoca dove questo genere è diventato un classico senza tempo.

 

65/100

Just the Klaus