12 LUGLIO 2018

Bentrovati viaggiatori verso il solleone (o perlomeno così è per chi vi scrive), ad accompagnarci nella consueta camminata musicale stavolta un artista che potremmo definire “dei due mondi”, data la ben consolidata carriera in Italia ed oltreoceano. Stiamo parlando di Tracy Grave e della sua band. Il nostro ha oramai più di quindici anni di attività alle spalle e numerose apparizioni anche in dischi di altri artisti. Oggi ci presenta il suo nuovo album “Sleazy Future”, andiamo ad ascoltarlo! La cover art vuole lasciare intendere cosa andremo ad ascoltare. Si tratta di un fondo nero a tratti grattati con un teschio stilizzato in stile comics con bandana rossa, capelli lunghi e ali di pipistrello; assolutamente un grido stilistico che arriva direttamente dalla Los Angeles degli anni novanta. Il titolo dell’album è in basso a destra, in rosso a mo’ di timbro ed il logo campeggia abbondantemente in alto. Quest’ultimo, in effetti, presenta uno stile ed una colorazione, forse, un po’ fuori tema dato che ricorda i tratti “graffitistici” americani degli anni novanta e primi duemila più utilizzate nello stile degli Skaters o nella musica Rap, ma sono comunque gradevoli all’occhio e nell’insieme ne risulta una copertina molto “fumettosa” e scanzonata. Passiamo all’ascolto vero e proprio e si inizia con “Cemetery Sin”. La canzone ha un attacco e dei suoni molto 90s, sopratutto per quanto riguarda le distorsioni e benchè il suono, modulato a mo’ di synth, utilizzato nel primo attacco, gli dia un sapore inizialmente più eccentrico, si rivela poi essere una traccia più canonica, non particolarissima forse, ma ben si presta all’ascolto. Una scelta invece più estrosa si può notare nei suoni scelti. La traccia vocale, infatti, risulta essere in alcuni punti molto “Dry”, com’è d’uopo negli album odierni, accoppiata ad una equalizzazione marcata sulle frequenze alte; questo a dispetto di tutto il resto che presenta delle modulazioni molto più rétro; ciò è particolarmente osservabile nelle scelte operate sulla chitarra basso. Questa direzione stilistica fa sì, però, che inizialmente il brano presenti dei suoni che, ad alcuni potrebbero sembrare piuttosto distanti e tendenti al distaccamento fra tracce vocali e strumenti, mentre ad altri potrebbero creare l’illusione sonora di percepire la voce, sonoricamente parlando, come leggermente fuori posto. “Dirty Rain” prosegue parzialmente con la scelta sonora sopra citata ma, una volta preso l’orecchio su questa scia, si riesce a badare più ai contenuti armonici che ai suoni. È questa una traccia a mid-time molto ottantiana, il motivetto è gradevole e rispetta appieno gli stili americani di tre decenni fa. Nei refrain il suono scelto per la voce appare più indicato e meglio miscelato rispetto alla prima. Bisogna ammettere che per essere un album che si propone, almeno apparentemente, come uno Sleaze Metal [n.d.r. per sleaze metal si intende un sottogenere musicale del glam/pop metal nato a Los Angeles verso la fine degli anni ottanta, che si distingue da questi stili per un suono molto più sporco e scanzonato] appare alle orecchie di chi ascolta piuttosto “pulito” sia dal punto di vista sonoro che nella composizione armonica o almeno così appare nelle due tracce fin qui ascoltate. “Without Scars” cambia però le carte in tavola con una intro di effetti sonori ed un coro melodico in singolo, risultando molto più Punk-Rock. Il riff base di chitarra è esso stesso un tipico stoppato Punk, allegro e dai ritmi sostenuti. Gli inserti ed i bridge tra i cambi di strofa sono ben costruiti e sono una bella miscela tra i generi sopra citati. Curiosa ancora una volta la scelta nelle tracce vocali, dove i cori sono molto sotto il volume principale; sarebbe stato questo, infatti, un pezzo dove l’uso di un volume sostenuto su questi ultimi risulterebbe assolutamente legittimato. Si apprezza, invece, particolarmente l’impegno della voce solista nel toccare altezze vocali appena appena fuori tono, per ottenere il famoso effetto  da “immaturità vocale” che ha fatto la fortuna di molti artisti Punk-Rock americani ed inglesi. “Dancing On The Sunset”, sorprendentemente, dà ancora saggio della volontà del vocalist di spingersi un po' fuori schema. È questa un’ attitudine assai apprezzabile ed inoltre persino i suoni dell’intera canzone, stavolta, sono settati per coinvolgere di più la traccia vocale ed il risultato è una  composizione che non ha nulla a che spartire con la primissima dell’album con il risultato che, benché compositivamente parlando si tratti di un uso basilare di regole armoniche e melodiche, questo pezzo appaia più maturo di quelli sopra analizzati. Con il seguente brano, purtroppo, le aspettative di chi sceglie di proseguire con ordine potrebbero risultare mancate. “Freedom Without Rule” è infatti una ballata in pieno stile anni ottanta. Caratterizzata da una voce graffiata e beats dilatati è comunque una buona pausa a metà del disco. Andiamo dunque a “Make You Feel The Pain”, anch’essa una una grande ballatona. A differenza della precedente però si possono notare alcune differenze nella produzione. La voce qui la fa da padrone, come è giusto che sia, mentre invece alle chitarre è lasciato il posto da accompagnatori e riempimento. La chitarra basso si limita a completare lo spettro ma con dei toni ed un volume che appaiono volutamente contenuti. “My Last Goodbye” si presenta come un brano mid-time ma nella sua prosecuzione di rivela essere, in sostanza, una terza ballad con un beat leggermente più cadenzato. “Over The Top” riprende la grinta iniziale e fa ridecollare l’album. Ancora una volta la volontà dimostrata da Tracy di superarsi vocalmente è lampante, tant’è che risulta essere, a giudizio di chi scrive,  la traccia con la prestazione vocale migliore. Siamo in dirittura d’arrivo con ”Piece Of Horizon”, stranamente parrebbe ancora un lento. Con ogni probabilità la decisione di concentrare l’album su ballads e mid-times è una scelta ponderata ma, a giudizio di chi vi scrive, è un peccato che la verve iniziale venga a mancare per buona parte del disco. In questo brano più che in altri si sente fortemente l’influenza proveniente dalla musicalità californiana di fine anni ottanta e inizio novanta (ma non è una brutta cosa, anzi). Le tonalità di Tracy appaiono assai indicate per ottenere questo effetto vintage e nelle canzoni dai toni più romantici e drammatici, vocalmente, appare assai a  suo agio. Siamo alla conclusione con “Return (Back In My Hands)” e tutto quanto detto per le precedenti tracce si riconferma pienamente. In generale per tutto l’album si tratta di brani ben strutturati e prodotti secondo dei modelli canonici di genere. La cosa che colpirà di più l’ascoltatore di qualità è, però, il fatto che a dispetto delle premesse e dell’immagine presentata, si tratti di una uscita assai pulita e controllata. Le parti di chitarra sono sempre assai curate sotto il profilo della pulizia sonora e non presentano sbavature particolari, attitudine in controtendenza allo stile prettamente Glam e Sleaze. Le armonie sono sempre ben costruite ma poggiano su parti melodiche che spesso tendono a passare inosservate. Se da un lato questo permette di fruire agevolmente della voce da un lato tolgono parecchia musicalità (se così si può dire) ai brani. Non si rischia, comunque, di non apprezzare l’opera in toto poiché il disco dimostra di avere una sua identità ben distinta e non si perde in tentativi inutili per stupire o spiazzare l’ascoltatore. Anche l’impronta nazionale nel cantato è da considerarsi come una caratteristica ben precisa e nel mondo musicale odierno, fortemente globalizzato, porterà sicuramente ad attrarre la curiosità degli ascoltatori, casuali e non. È sicuramente la prova che, nell’ambito dei talenti nostrani, ci siano personaggi degni di essere conosciuti ai più.

 

Matteo Musolino
75/100