10 SETTEMBRE 2018

Dai meandri più oscuri dell’animo umano prende vita Antropofobia, disco d’esordio dei foggiani Viperium, dopo una lunga gestazione di sette anni. Infatti, la compagine pugliese si riunisce per la prima volta nel lontano 2011 e, subendo diversi cambi di formazione, nel 2014 giunge alla line-up definitiva, che vede Valeriano Castelgrande dietro il microfono, Antonio Quatrale e Francesco Catalano alle chitarre e Aurora Corcio al basso, mentre le bacchette sono affidate alle mani di Alessandro Sarni.  Con lo scopo di descrivere l’essere umano da un punto di vista antropologico, nei suoi atteggiamenti e nel suo carattere, i cinque fanno proprio un metal duro, aggressivo e pesante, già più volte accarezzato per lo stesso obiettivo, nella sua declinazione Nu Metal. Un sound cupo e grezzo, diretto e decisamente espressivo, restituisce un album che si configura più come un grido di oppressione che come un facile e godibile ascolto: una sezione strumentale sempre presente e protagonista, una voce graffiante e quasi strozzata, richiamano quei suoni “disagiati” e insoddisfatti che negli anni Novanta sono stati l’emblema di chi si era lasciato alle spalle la spensieratezza e l’allegria del decennio precedente. Nient’altro può spiegare meglio cosa sia effettivamente Antropofobia, se non l’ascolto diretto del disco.

Perciò ci si immerga nella prima, brevissima traccia, una intro sommessa, scandita da un insieme di voci incomprensibili, quasi stessero invocando un rituale esotico. Quindi Nituwe, che lancia quasi in sordina il full-lengh, dopo poco più di un minuto lascia campo al primo vero pezzo, Evil Inside. Ritmi lenti e ben scanditi dalla sezione ritmica e dalle lunghe e distorte note di chitarra, che destabilizzano l’ascoltatore con lunghe e imprevedibili pause, si sposano con una voce sporca e graffiata, che poco bada ai virtuosismi e agli abbellimenti e che si prefissa, perciò, come unico scopo quello di gridare le verità dell’essere umano. Su questa struttura si sviluppa il brano, che fa del gioco di voci la sua colonna portante. 

Segue Fear, che si discosta poco dalla precedente, se non per ritmi più sostenuti e un cantato che si presenta inizialmente pulito, toccando addirittura dei falsetti che fanno contrasto con la sinfonia di riff di chitarre in sottofondo, ma che nel corso del brano torna sui binari che più gli competono, giungendo quasi a stonare (volontariamente, si intende), riuscendo però a trasmettere all’ascoltatore una generale destabilizzazione, che sfocia nelle grida finali, poi il silenzio. 

A prendere le mosse da Fear è la successiva Despair. Il brano si muove su linee guida differenti rispetto ai precedenti, dal sound catchy e assolutamente più melodico, in cui la fanno da padroni la voce, che dà sfoggio delle sue doti, dimostrando di essere più versatile di quanto sembri, lasciandosi andare qua e là a momenti decisamente più melodici ed orecchiabili, e la batteria, che tira avanti il carro a suon di doppia cassa. L’intermezzo pulito, in cui il ruolo di protagonista viene concesso all’arpeggio di chitarra, sfocia nei ritornelli e negli assoli finali, dove tornano prepotenti i tratti caratteristici del brano, finora uno dei migliori. 

Deaf Dumb segue per lo più questa stessa scia, attingendo però in maniera maggiore agli elementi più “raw” dei primi pezzi. La canzone è scandita da un riff di chitarra per lo più costante e da sezioni in cui il cantato lascia ampio spazio a parti parlate, che si incrociano in maniera quasi aritmetica con la sezione strumentale. Deaf Dumb resta perciò per lo più un brano di transito, che non si discosta dagli altri e non emerge come individualità dal resto del disco, come invece era accaduto per Despair. 

Insanity parte in pompa magna, raccogliendo l’eredità lasciata da Despair, in quanto ad orecchiabilità e unicità. Degna dei primi Metallica, è scandita, come sempre, da una prepotente sezione ritmica e da uno scambio di battute tra le chitarre, a cui fa fronte lo stesso gioco di squadra operato dalle sezioni vocali, composte per lo più da gridati non eccessivamente distorti, con cui fanno contrasto i cori in growl. Insanity risulta un brano scorrevole e godibile, necessario dopo l’anonimato di Deaf Dumb e, soprattutto, prima del migliore dei brani di Antropofobia. 

Segue, perciò, la canzone scelta per un video ufficiale, la più piacevole del disco, come detto: I’m Drug. Introdotta da un riff di chitarra, che richiama quasi una sirena, diventa sempre più incalzante nella sua intro, fino a sfociare nell’orecchiabile strofa, che tuttavia non si discosta particolarmente dai binari tracciati dai pezzi precedenti.  Tra le due chitarre, sempre protagoniste, si inserisce un’ottima linea di basso che scandisce perfettamente la sezione ritmica. I’m Drug, come accennato precedentemente, non spicca in fatto di originalità, ma resta senza dubbio il miglior pezzo del disco, il più versatile, scelto non a caso come “biglietto da visita” per Antropofobia. 

Gli ultimi due brani sono Brainwash, facilmente assimilabile al resto del disco, che risuona di ispirazioni rammsteiniane, e Eyes of the Devil, la canzone più lunga dell’intero lavoro (quasi sei minuti), aperta da una intro che richiama, senza mezzi termini, i più noti Disturbed. In particolare, qui viene lasciato particolare spazio, nella strofa, al basso di Aurora Corcio, che tuttavia risente del non perfetto lavoro fatto in sede di missaggio e mastering. Eyes of the Devil si configura come la più cupa del disco sin dalle prime note, ma in particolare grazie ai tempi così rallentati e dilatati, riempiti da lunghe e potenti schitarrate, oltre che alle ben note sezioni vocali, che riescono nell’intento di destabilizzare l’orecchio dell’ascoltatore. Il tutto si chiude con grida di oppressione e una breve parte parlata, che rivela la verità di fondo, sottesa in tutto il lavoro, ma che ora diviene esplicita nelle parole che chiudono e che lasciano un punto di domanda a chi si cimenta nel trarre un senso dai nove capitoli di Antropofobia: il diavolo è l’uomo. 

Nell’industria musicale di oggi, in cui produzioni e post-produzioni massicce calano la loro mano su tutto, Antropofobia e, in generale, il sound dei Viperium risultano una boccata d’aria fresca per gli amanti dell’old school e dello stile anni ’90. L’album è ben scritto e lavorato, volto ad uno scopo che non è lontano dall’essere raggiunto. Tuttavia, va sottolineato che la riduzione al minimo delle produzioni porta sì ad una generale genuinità della fatica discografica, ma reca con sé anche il rischio di far risultare l’album poco elaborato, decisamente meno nitido e limpido, ma dal gusto eccessivamente emergente. Sono convinto che, da questo punto di vista, si sarebbe potuto fare meglio, anche per mettere in luce ciascun aspetto positivo di cui la produzione dei Viperium è ricca: basti pensare alla già citata linea di basso nella traccia di chiusura, udibile solo soffusamente, o alla batteria, anch’essa, forse, eccessivamente sommersa dal resto della sezione strumentale. 

In conclusione, le doti della band sono chiare, il loro album è ben scritto e suonato, ma la ricerca di un sound “retrò” rischia di velare questi aspetti positivi, laddove, invece, il minimo sacrificio di questo “dogma” potrebbe catalizzare il loro lavoro. Senza dubbio, la band è sulla strada giusta. 

 

Claudio Causio

 77/100