31 GENNAIO 2018

 

I “Desolate pathway” sono una band epic doom metal di Londra, composta da: Vince Hempstead (Vocals/Guitars) ex chitarrista dei “Pagan Altar”, Mags (Drums/Backing Vocals) e Jaeme Somerville (Bass Guitar). I nostri esordiscono nel 2014; inizialmente la line up comprendeva Jim Rumsey al basso, sostituito in seguito da Dio Perez-Mavrogenis e da Jamie Butler tra il 2016 e 2017, per poi cedere il posto a Jaeme nel 2017.  Simon Stanton alla voce, periodo 2014-2015, Paul Corr alla chitarra ritmica tra il 2015-2016. Insomma, in poco più di tre anni di attività, i Desolate Pathway hanno avuto diversi cambi di line up. La band, attualmente sotto l’etichetta WormHoleDeath, rilascia nel 2014 il single “Purgatory”, seguito dal primo full lenght, nello stesso anno, “Valley of the king” (autoprodotto). Due anni più tardi, nel 2016, esce il single “Into the realms” che anticipa il secondo studio album dal titolo “Of Gods and Heroes” (già recensito nelle pagine di I.V.L). La posizione attuale della band è: London/Kent/East Sussex. Tra le varie influenze musicali della loro proposta possiamo citare i Candlemass, My Dying bride e Black Sabbath, tra le più note a livello globale. Ma citare questi nomi, che poi in fin dei conti potremmo definirla soltanto una formalità farlo, non significa che nel loro sound c’è una marcata presenza di note tipiche delle band menzionate. Al contrario, il trio londinese, nonostante abbia messo radici nel mondo musicale metal da pochi anni, può davvero vantarsi di avere una propria personalità. La loro musica è originale, hanno saputo inserire nel loro epic doom metal con sottili linee heavy solo in alcuni punti, un tocco proprio, un tocco di classe se cosi vogliamo definirlo. E’ un po’ come prendere un qualcosa di piacevole (quale il genere su scritto) e aggiungere quell’ingrediente in più per renderlo più gradevole. Tornando all’album in questione, “Valley of the king”, c’è da sottolineare innanzitutto che principalmente, nel 2014 appunto, viene rilasciato in modo indipendente dalla band. Nel 2018, a gennaio per la precisione, i tre musicisti annunciano la ri-pubblicazione (solo in versione digitale) dello stesso, stavolta sotto la WormHoleDeath. Un modo, quindi, per riscoprire o scoprire un bell’ album a quattro anni dalla prima uscita. A quei tempi erano un quartetto, oltre a Vince e Mags, troviamo Jim Rumsey al basso e Simon Stanton alla voce. Vince Hempstead è la mente della band, colui che ha scritto testi e arrangiamenti. Il concept album (perché è di questo che si tratta) è basato su un tema fortemente epico; c’è questo principe di nome Palidor, un virtuoso cavaliere che con il suo piccolo esercito si incammina per raggiungere la valle del re, per conquistare il trono. Durante il viaggio è costretto a superare moltissimi ostacoli e molte prove di forza e coraggio. Ogni traccia è, in fin dei conti, una prova differente da affrontare... “Valley of the king” apre le danze. Una voce narrante, con un sottofondo di battaglia, spade che si sfidano, cosi inizia il viaggio di “Valley of the king”. Canzone di circa 6 minuti composta su una base prettamente doom. Un intro di chitarre melodiose, a seguito della voce, si fa spazio per un po’, invitandoci all’ascolto, incuriosendoci non di poco perché si ha davvero desiderio di scoprire come  prosegue il nostro viaggio epico. La voce si inserisce dopo un po’, bella voce, molto suggestiva e accattivante per il genere proposto. La band riesce a tenerci sulle spine con suoni doom che ci danno l’impressione di esplodere prima o poi. E succede proprio questo, dopo i 4 minuti un assolo delizioso e ritmi più heavy vanno a concludere la canzone. Un viaggio magico questo della opener Track, che alla fine di tutto si rivela una delle canzoni più belle dell’intero lotto. La seconda canzone, che prende il titolo del nome della band, parte doomeggiante. Una egregia interpretazione del cantante che ci coinvolge nell’ascolto. Sonorità più veloci intraprendono poi il corso della traccia, con un suono piacevole della batteria e l’assolo di chitarra, breve ma ben piazzato nell’insieme dei vari suoni. Chitarra e batteria poi si cimentano in un bel duello, deliziandoci moltissimo. Ottima esecuzione di chitarra solista a fine traccia. Terza traccia, “Forest of mirrors”, si accantona un po’ il doom. Prevalgono sonorità più heavy, predominate da una magnifica ritmica e dal basso che produce suoni accattivanti e potenti. Non manca in questa l’ennesimo assolo gradevole. I quattro minuti e mezzo scorrono fluidamente. “The last of my kind”, quarta canzone, è la più bella di tutto il concept a mio avviso. Parte con una atmosfera molto intrigante, basso e batteria molto densi danno il via ad un cantato molto lodevole, carico di pathos. Le chitarre fanno da sfondo ad un contesto molto suggestivo. Il dolce suono di esse si contrappone ad un cupo basso; i suoni in sé risultano molto ben distinti, si può viaggiare tra il fantasy ed il malinconico. Si può dare spazio alla propria immaginazione associando i vari suoni ad un duello tra cavalieri dallo sguardo triste e rabbioso mentre impugnano le proprie spade innalzate al cielo. Un tuono conclude gli oltre 6 minuti di buona musica; completa e maestosa. Consiglio la visione del video clip di questa traccia perché associata alla musica è davvero un qualcosa di molto piacevole. La quinta traccia, “Season of the witch” fa un passo indietro come gradevolezza. Dopo l’atmosfera invitante e suggestiva della precedente, questa è di breve durata e presenta sonorità tipicamente heavy metal, tralasciando quindi il doom, che i nostri sono soliti suonare, per dare sfogo ad una canzone piacevole da ascoltare ma che non lascia quel segno indelebile come accaduto con le precedenti. Non ci lascia quel retrogusto malinconico – epico melodioso riscontrato nelle altre canzoni. A parte il fatto che inizia con una risata particolare la quale, qualcuno, potrebbe trovare di poco gusto o addirittura fastidiosa a seguito del capolavoro di canzone che la precede. “King of voltures” ha una ritmica più invitante. È decisamente più varia e interessante della precedente. Interessante il cantato e di come gli strumenti girano attorno ad esso. Anche questa canzone è di breve durata, circa tre minuti e mezzo, la quale però si rivela più piacevole nell’ascolto. 

In “Shadow of the tormentor” si alternano sonorità doom ed heavy. Molto convincente e drammatica la parte in cui i suoni si calmano, dopo i due minuti per la precisione,  per dare spazio ad una atmosfera più lenta e malinconica, predominata dal dolce suono della chitarra che viene accompagnata dalla voce fino ad un certo punto, per poi lasciare qualche attimo ad un dolce assolo; molto soft e toccante che prosegue per un tempo abbastanza ridotto, forse troppo breve per quanto bello sia. L’album si conclude con un’altra canzone che non convince molto, “Upon the throne of lights”. Il concept dovrebbe terminare con una traccia di alto livello, perché si presume che il nostro principe raggiunga finalmente il tanto desiderato trono. Quindi atmosfere più accattivanti, intriganti, di un certo valore. Ciò che invece riscontriamo di interessante,  in questi circa quattro minuti di conclusione è solo l’ennesimo assolo in chiave heavy, che risulta comunque gradevole, più consistente nella durata. Per il resto non c’è quella incantevole melodia tipicamente epica che stia a rappresentare la fine del viaggio di un cavaliere buono alla ricerca del proprio trono. I Desolate Pathway esordiscono con un album interessante, personale, su questo non c’è dubbio. Buona produzione, il suono di ogni strumento risulta nitido e pulito, non esistono sbalzi di suoni. E questo è il primo punto positivo. Un altro punto favorevole è il tema epico su cui è basato l’album, un racconto comunque molto fantasy che gli amanti del genere apprezzeranno molto di sicuro. Non troppo originale, ma c’è da dire che le storie di cavalieri, di battaglie e di un cammino tortuoso per raggiungere una meta, sono sempre appassionanti. Tuttavia però, parlando delle canzoni, c’è da dire che, secondo il mio punto di vista, è presente un punto negativo che non è affatto di poca rilevanza. L’album ha una durata di circa 39 minuti, quindi siamo al di sotto della media, ma questo non sarebbe un problema se i nostri avessero mantenuto la stessa scia intrapresa con la prima canzone. Le otto tracce, alla fine dell’ascolto, non trovano una coerenza in linea con la proposta. Mentre le prime quattro canzoni, che come durata siamo comunque a oltre metà album, sono ben arrangiate, create a dovere per il tema intrapreso, hanno elementi personali e il doom è molto più presente e ben amalgamato all’ heavy, le restanti quattro perdono, secondo me, sia quel tocco personale che il suono accattivante è intrigante che il doom ci ha trasmesso nelle prime. Resta comunque un debutto valido e la prima metà è davvero molto bella e interessante. Su tutte comunque ci sono “The valley of the King” e “The last of my kind”, due canzoni davvero eclatanti. dodici minuti di buona musica, che vanno a colmare non di poco le canzoni più deludenti.

 

Fabio Sansalone

73/100 


Band: Desolate Pathway

Album: Of Gods and Heroes

Etichetta: WormHoleDeath Records

Rilascio: 12 maggio 2017

 

La band Desolate Pathway, progetto realizzato dal cantante/chitarrista Vince Hempstead e dalla batterista Mags , nasce a Londra nel Maggio del 2014. Nello stesso anno, con l’aiuto di diversi “guest bassists”, sfornano pezzi sufficienti per il primo album “Valley Of The Kings”, il quale raccoglie subito diversi consensi da parte del pubblico di ascoltatori. Nel 2016 la band firma un contratto con l’etichetta discografica WormHoleDeath Records; contratto che le permette di rilasciare il 12 maggio 2017 il loro full-lenght “Of Gods and Heroes”, mettendo un’altra volta in risalto lo stile e il tocco inconfondibile dei musicisti. 

I Desolate Pathway ci presentano, in 9 brani, un concentrato di puro Doom Metal unito ad influenze epiche, non solo a livello compositivo ma anche lirico. Inizialmente veniamo travolti da un’ondata di ricordi che ci riportano ai tempi del primo Doom/Dark Metal degli anni ‘70/’80, caratterizzati da fraseggi di natura tetra ed oscura, accompagnati da una batteria ritmicamente lenta e cadenzata, il tutto affiancato alla voce malinconica e di pacata tristezza di Vince. 

Notiamo con grande piacere una forte componente e un’influenza prettamente epica e lirica in alcuni pezzi, che vanno a delineare perfettamente i loro testi, atti a proporre storie che hanno interpretato la mitologia greca (come ad esempio l’intermezzo di “The Old Ferryman” oppure quello di “Gods of the Deep”, l’intro di “Into the Realms of Poseidon” e  “The Winged Divinity”). Questa è, a nostro avviso, una grande peculiarità che la band vuole esaltare, proprio per esprimere al meglio il significato dei loro testi e circondarsi di un’atmosferica inquieta e mesta per raccontarci al meglio la storia e le gesta delle divinità greche.

L’unico e piccolissimo fattore che merita una sottile disapprovazione è il risultato del mixaggio degli strumenti: la chitarra sembra un po’ troppo pompata per il genere da loro trattato, e, forse, la distorsione fin troppo grezza e grossolana non conferisce sempre il giusto timbro allo strumento; diversamente la batteria su alcuni pezzi sembra scomparire quasi del tutto sotto le melodie e le bombardate ritmiche dell’accoppiata chitarra/basso. Charleston, piatto ride e grancassa, sono tutti pezzi (sicuramente essenziali!) che, durante l’ascolto, in alcune porzioni ritmiche, ne abbiamo avvertito una tangibile mancanza.

Siamo, comunque, pienamente certi che tale mancanza non si percepirà nel successivo lavoro del duetto inglese, il quale ci ha già attualmente strabiliati con “Of Gods and Heroes”, album vivamente consigliato a tutti, ma proprio tutti, gli amanti del Doom Metal e, perché no, anche a chi ama immergersi nei racconti sulla mitologia greca contornati da ambientazioni lugubri e tetre!

Con questo secondo album i Desolate Pathway hanno saputo dimostrare la grande capacità compositiva, sia in termini di conoscenza dal punto di vista musicale, che nel saper accorpare pezzi Doom/Epic a sonorità collegate perfettamente ad un contesto decisamente storico.

 

Simone Zamproni

76/100