20 FEBBRAIO 2019

TRACKLIST:

In the shadows of the beast

The streetcleaner

Enlightenment

Shadow Warriors

The sentinel

Atombender

Pitch black within

Another World

Isolde

 

Non conosco molto, né in maniera diretta, l’Australia.

Provo però nei confronti di quella terra una forma profonda di empatia, di quelle a pelle, come l’orso per il salmone o il gatto per ogni oggetto piccolo in movimento. Sarà per il sole, l’oceano, Mr. Coccodrillo Dundee, per l’attitudine al knock-out di certi marsupiali salterini; per i Koala che si pappano foglie balsamiche in quantità e producono badilate di scarto, che viene successivamente inscatolato dalla ‘Vicks’ sotto forma di unguento da spalmare sul petto nei primi stadi influenzali, oppure, semplicemente, perché un mio caro amico ci va di tanto in tanto ad ingollare galloni di birra scarsa e a trovare una ragazza che lui, benevolmente, chiama “La Cangura”.

Ed il metal? Ah si…IL METAL!

Anche per quanto concerne tale argomento vi è una conclamata simpatia, avendo il continente Australiano dato i natali a vari gruppi, che si sono adoperati per la causa. Parlare in questa sede di AC/DC, Rose Tatoo o Airbourne è come parlare di dialisi o della ‘Dolce euchessina’ in una casa di riposo, mentre per i thrashers incalliti come me o per gli appassionati di sonorità più estreme è d’obbligo citare Mortal Sin e Hobbs Angel of Death o Sadistik Execution e Destroyer 666. 

Un ultimo spunto di riflessione mi venne fornito poi, il giorno che decisi di vedere per la seconda volta un live dei Soulfly del sig. Cavalera, evento in cui la nota più piacevole (data la scarsa forma fisica e musicale del buon Max) fu lo scatenato gruppo spalla: i King Parrot da Melbourne, guidati da due cazzoni che ci hanno fatto sbellicare dalle risate (tanto per dire l’apertura del concerto fu: “Ciao Itallliaa…We are stronzoS” cit.).

Non si discostano da questo ambiente di estremo australiano gli One Step Beyond, formatisi nel 1997 e forieri di un particolare experimental death metal, che giungono con questo “In the shadow of the beast” al traguardo del quarto album in studio. La lunga intro di cui sopra, che parrebbe atipica in una recensione di un disco metal, porta invece con se gli strascichi di un’emblematica domanda: “Che ©###o c’azzecca tutto ciò?”. E se essa si manifesta forse poco Marzulliana nella forma, di contro lo è nel suo essere retorica ed ampia nello sviluppo. Come possiamo collegare deiezioni balsamiche, attori che escono vincitori dalla lotta greco-romana con coccodrilli giganteschi, amici cangurofili-avinazzati-part-time e la musica che tanto amiamo? Ebbene, il minimo comune denominatore è probabilmente da ricercare nella nota di follia che accompagna i vari aspetti analizzati! 

La stessa che trapela dalle note di questo lavoro, il cui compositore principale è un personaggio che si fa chiamare ‘Mad’ Matt Spencer, bassista tecnicamente dotato che si nasconde dietro un aspetto un po’ a là ‘Saruman il bianco dopo l’incontro con il negromante’ ed un nomignolo che, di fatto, corrobora la mia teoria.

Una follia che si dipana tra le note dell’iniziale titletrack con il suo stop and go, seguito dalla strofa cantata in growl, sorretta da un tappeto costruito su riff in tremolo e doppia cassa costante, per svilluparsi poi in bridge e chorus con linee melodiche e screaming completamente differenti da quanto udito in precedenza. 

Gioco di voci e doppia si ripetono anche nella seconda “The Streetcleaner”, pezzo vestito da grattugia per quanto riguarda il rifferama. 

Una certa qual malsanità di fondo ci deve essere se si pensa di inserire, dopo i primi due pezzi piuttosto ferali, il mid-tempo di “Enlightenment”, sorretto da giri di sei corde che potrebbero accompagnare le scorribande del capitano Rock’n’Rolf e la sua banda di reduci da Tortuga, per poi imporre all’imbarcazione, tanto per restare in gergo nautico, due nette virate di poppa con una “Shadow Warrior” che torna su tempi più sostenuti e la successiva “The sentinel”, che si presenta invece al limite del doom cupo tipico di certi Paradise Lost, con tanto di vocione iper-gutturale e catacombale.

L’andatura sinusoidale viene mantenuta con la successiva e thrasheggiante “Atombender”, molto piacevole nel suo voler perorare la causa dell’headbanging, mentre permette di permane su lidi sostenuti la tellurica “Pitch black within”.  La struttura dei pezzi risulta chiaramente basata sulle linee di basso del principale compositore, il quale ha un tocco che ricorda in certi passaggi Steve Di Giorgio, anche se i paragoni con i ‘santoni’ sono un azzardo sempre e comunque. Tale affermazione è valida soprattutto in pezzi come “Another World” in cui, a tratti, il duello vocale – perché di questo si tratta – si sviluppa proprio sulla sezione ritmica. Infine, “Isolde” chiude il lotto di brani facendo da riassunto dell’intero album, in quanto pezzo che evidenzia molte delle caratteristiche precedentemente analizzate. Va sottolineato che questo è il secondo disco della band a vedere la partecipazione come guest di un batterista in carne ed ossa, fatto che evita il ricorso alla drum machine, anche se invero, il drumming del qui presente Liam “Shroomy” Weedall è molto lineare e non riesce sempre a conferire ai pezzi il groove ed il contributo in termini di impatto che portano taluni batteristi maggiormente fantasiosi. Tirando le somme di quanto ascoltato, possiamo dire innanzitutto che il prodotto esula dall’esigenza tipicamente umana del catalogare, in quanto risulta molto sfaccettato e vario: non mi trova particolarmente d’accordo il termine “Deathcore”, specie se si pensa al tipo di impatto di gruppi come Suicide Silence, Job for a cowboy e Whitechapel, né tantomeno l’etichetta “industrial”. È piuttosto un album stile mobile Ikea, nel senso che ha una base univoca, il Death Metal testimoniato anche dalla copertina con la sua colata lavica molto old school, sulla quale poi vengono installati diversi supporti che lo abbelliscono. Inoltre, proprio come per i prodotti del noto marchio svedese, il cliente finale (l’ascoltatore) se lo costruisce da solo, sviluppando la sua personale visione di quello che fuoriesce dalle casse. 

Nonostante una forma di idiosincrasia del tutto personale verso certi minestroni musicali, va detto che il lavoro alla fine, pur senza far urlare al miracolo, funziona, risultando sempre godibile, fluido e privo di forzature. 

Chi deciderà di avvicinarsi a questo album si metta nell’ottica che una volta premuto il tasto ‘play’, sarà come aprire la ‘scatola di cioccolatini di Forrest Gump’, quella che “non sai mai cosa ti capita” (cit.): è plausibile che chi si addentrerà con attenzione nel labirinto creato dagli One Step Beyond possa goderne, mentre coloro che si dedicheranno all’ascolto distratto possano tornare alla domanda Marzulliana iniziale, o semplicemente alzare il capo di tanto in tanto chiedendosi chi abbia cambiato disco!

 

Dario Carneletto

70/100