16 LUGLIO 2018

Arrivano dalla Spagna, e più precisamente da Granada, questi Perpetual Night, ma ascoltando la loro proposta si sarebbe data loro una collocazione geografica senza dubbio diversa, più vicina alle lande Svedesi, nei pressi di Stoccolma, a voler essere esatti. La musica proposta dagli iberici infatti è un Death Metal melodico di chiarissima ispirazione svedese che vede come numi tutelari i pesi massimi della scena ivi sbocciata nella prima metà degli anni 90, con nomi come Dark Tranquillity, In Flames e At The Gates a guidare le fila di un movimento che tanta influenza avrebbe avuto anche al di fuori dei patri confini, gettando le basi e le coordinate guida di un genere al quale i Perpetual Night si fregiano con orgoglio e assai evidente compiacimento di appartenere. Fondati nel 2012 e con alle spalle due Ep (Voices Of The Apocalypse del 2013 e Mastery Of God del 2016 ), nei quali la band ha affinato la sua proposta ripulendola dai vaghi accenni black degli esordi e arricchendola di inserti orchestrali in grado di rendela più magniloquente e profonda, i Perpetual Night (César Ramìrez Rueda chitarra e voce, Raùl Rìoz Beiro anch'esso chitarra e voce, Carlos Garrido al basso e il nuovo entrato Marino Aguilera alla batteria, che ha preso il posto del precedente drummer Oscar Rodriguez nel 2017) arrivano al full lenght di debutto in questo 2018 col qui presente Anatman, prodotto da Carlos Santos, masterizzato dal guru Jens Borgen e pubblicato dall'etichetta italiana WormHoleDeath Records. È un evocativo e malinconico arpeggio ad schiuderci le porte dell'iniziale title track Anatman ricreando un'atmosfera che, oltre alle influenze sopracitate, mette in evidenza più di un'affinità con le caratteristiche peculiari di capofila “moderni” del genere quali Omium Gatherum e Insomnium, mentre l'attesa esplosione elettrica non può non rimandare alla mente il riffing caratteristico dei maestri Dark Tranquillity, così come l'impostazione vocale, molto vicina alla timbrica aggressiva ma intelleggibile dell'iconico Mikael Stanne . Come da copione, la band mantiene una spiccata tendenza melodica anche nei frangenti più aggressivi della propria proposta, ma si dimostra piuttosto abile nel non rendere il tutto eccessivamente melenso e poco impattante grazie riff ben costruiti e un'ottima alternanza tra frangenti maggiormente ariosi e dilatati e altri in cui i ritmi e le atmosfere si fanno più incalzanti e claustrofobici. Molto azzeccati anche i vari inserti orchestrali, molto calibrati, mai troppo invadenti ma soprattutto mai eccessivamente pomposi, in grado di arricchire il brano in modo funzionale senza appesantirne lo scorrere che, benchè il brano arrivi a sfiorare gli otto minuti, risulta piacevole e fluido, soprattutto per gli ascoltatori maggiormente affini a queste sonorità. La successiva Wild mette (almeno inizialmente) da parte le atmosfere malinconiche del primo brano puntando su un approccio decisamente più diretto e feroce, con un riffing e un andamento che richiamano subito alla memoria gli At The Gates di Terminal Spirit Disease, benchè la melodia non tardi a palesarsi smussando un po' gli angoli di un brano fino ad allora decisamente aggressivo, benchè entro i summenzionati termini, prima di prendere decisamente possesso del pezzo nella seconda parte dello stesso, dominata da toni nuovamente malinconici e da melodie chitarristiche molto in primo piano, coadiuvate da orchestrazioni tanto semplici quanto efficaci, per un'altra composizione che, se da una parte non presenta certo spunti di qualsivoglia originalità, dall'altra si dimostra concepita e realizzata con perizia e, a conti fatti, molto godibile. Spetta a una base si tastiere e sinth molto soffusa, subito screziata da un riff estremamente melodico di scuola “secondi” In Flames dare il via alle danze della successiva, melodicissima The Howling, brano che alterna toni da ballad, dominati da una voce femminile estremamente dolce, benchè lontana dai toni operistici spesso usati come impostazione in determinate circostanze, a frangenti maggiormente trascinanti ed elettrici, benchè sempre molto (forse eccessivamente) melodici nel loro incedere, per un brano che, se da un lato non denota particolari pecche dal punto di vista formale, risulta a conti fatti piuttosto anonimo e leggero, oltre che leggermente troppo derivativo per quanto riguarda la costruzione melodica, per colpire a fondo l'ascoltatore. Non brutto, ma sicuramente non memorabile. Di tutt'altra pasta parrebbe rivelarsi invece la successiva Nothing Remains, col suo inizio dai rimandi orientaleggianti presto brutalizzato da un incalzante riff dai toni quasi deathcore reso spietato da una martellante doppia cassa, prima che sia il groove a prendere possesso di un brano dai toni molto moderni,nel riffing come nelle atmosfere, molto acide e piuttosto lontane dai sentori malinconici dei precedenti brani di questo album. E' proprio questa mancanza di profondità in alcune melodie scelte per il brano ad affossarne un po' la resa finale,che risulta qua e la piuttosto stereotipato e privo di spessore emotivo, tradendo un po' le comunque buone premesse iniziali e disperdendone il potenziale con soluzioni poco incisive e ficcanti, quando non apertamente banali. Si ritorna su binari più vicini a quelli percorsi a inizio album con His Darkness, brano dai toni nuovamente tristi e malinconici e dal riffing nuovamente molto vicino alla grande scuola del Death Metal melodico svedese degli anni 90, screziato qua e là da porzioni maggiormente ariose venate da sentori di desolazione e consapevole abbandono dominate da oculate orchestrazioni e chitarre pulite, così come da porzioni melodiche guidate da chitarre nuovamente in grado di dipingere scenari atmosfericamente profondi dopo un paio di brani in cui le melodie si erano fatte un po' troppo leggere per risultare emotivamente efficaci. Non che il brano spicchi come un capolavoro, ma per lo meno qui le emozioni ricomunciano a fluire in modo sufficientemente convincente da rendere il pezzo accattivante e riuscito.Sono tastiere delicatamente malinconiche ad accoglierci all'inizio della successiva Raindrops, presto supportate da chitarre pulite tratteggianti scenari notturni di immensa solitudine, preludio a un brano giocato nella sua parte iniziale su ritmi lenti, riff pesanti e armonizzazioni dai sentori doom decisamente spiccati, reso più trascinante nella seconda parte da un'accelerazione dei tempi molto controllata che lascia comunque lo sviluppo melodico sempre in primissimo piano, prima che sia nuovamente la pesantezza a farla da padrona fino alla conclusione di un pezzo molto riuscito e godibile, pur nel suo essere abbastanza atipico all'interno della track list di questo lavoro (o,forse,proprio per questo motivo). Si torna sui binari del puro Death melodico svedese con la seguente Unpronounced Words, tanto “vecchia scuola” nel riffing portante e nella strofa quanto vicina alle derive melodiche prese dal genere nelle sue recenti evoluzioni all'altezza del riuscito refrain e dei suoi bridge, in cui sono malinconia e misurate orchestrazioni a prendere il sopravvento sull'impeto swedish del combo, che si rivela in fin dei conti molto più efficace quando combina queste sue due anime in modo “ integralista” piuttosto che quando cerca di flirtare con gli ambienti più moderni vicini al deathcore o ai sentori melodici portati avanti, ad esempio, dagli ultimi In Flames (che, per chi scrive, risultano già piatti e privi di slancio quando proposti dalle band che quelle sonorità le hanno create, figuriamoci quando vengono riproposte dai più svariati epigoni ). L'album si chiude con il pezzo Absence Of Reality, brano dall'incedere estremamente controllato e malinconico ,graziato da un ottimo lavoro chitarristico sia in chiave melodica che solista, dai tratti inizialmente doomeggianti ed evocativi che cedono poi spazio a un andamento maggiormente trascinante, assestandosi su un riuscito up tempo che azzeccati arrangiamenti ritmici riportano all'iniziale incedere lento ed estremamente atmosferico, reso emotivamente ancor più denso dall'uso della voce femminile, perfetta nel conferire al finale del brano l'intensità necessaria a dipingere in modo efficace il quadro di apocalisse imminente e malinconco abbandono tratteggiato dalla band, che si congeda dall'ascoltatore con un brano riuscito e godibile, ma che non basta a risollevare del tutto le sorti di un disco che vive troppo di alti e bassi e che, unito all'assoluta derivatività della proposta e all'eccessiva “leggerezza” di alcune soluzioni adottate, tengono l'album piuttosto lontano dalla sufficienza, anche per quegli ascoltatori maggiormente avvezzi a determinate sonorità.Un vero peccato, perchè i mezzi per fare bene ci sarebbero, eccome.

 

Edoardo Goi

50/100