11 OTTOBRE 2017


Tornano all’attacco gli svedesi Sarea, band melodic metal moderna originaria della cittadina di Norrköping, con ‘Black At Heart’, eccellente album composto da 12 piccole/grandi perle ben studiate ed altrettanto ben realizzate, presso i famosi Crehate Studios di Goteborg attraverso l’attenta regia di Oscar Nilsson.
Il disco parte con ‘Lights’ e, dopo una brevissima introduzione elettronica, tutto il potenziale della band esplode subito ed emerge il loro classico sound massiccio, coronato dalla bella e potente voce di Chris Forsberg.
La title-track ‘Black At Heart’ conferma le impressioni avute fin da subito: è un album potente, arrabbiato, duro e pieno di sconforto. Un breve crescendo distorto vocale sfocia nella melodia portante della canzone, che prosegue egregiamente grazie anche alle chitarre di Johan Axelsson e Alex Dzaic, impegnati a suonare riff più o meno complessi, ma molto orecchiabili.
Avanti con ‘Perception’, dove le percussioni di Calle Larsson si fanno sentire di più e riescono ad inasprire il mood dell’ascoltatore: qui si seguono i classici canoni metal tanto cari alla famosa terra del surströmming: ritornelli con riff armonizzati e strofe ritmate da stoppati sugli zeri, per dirla a mo’ di tablatura. Nel finale, un bell’assolo caratterizza meglio il tutto.
Con ‘The Others’, la complessità del prodotto aumenta e, molto piacevolmente, si sentono scambi strumentali degni di nota, soprattutto nella parte centrale della canzone.
In ‘Let Us Fall’ e ‘Duality’ si dà più spazio a momenti tranquilli, sempre rimanendo in tema metal, però, sia chiaro. Le varie linee immaginarie tracciate da Forsberg, frontman dai pazzi dreadlocks, vengono completate abilmente anche dalle tastiere di Martin Persson e dal basso di Johan Larsson e così il risultato finale rimane invariato.
Stesso identico percorso anche in ‘The Dormant National’ e “Monotone”, dove i riff melodici degli strumenti a corda, sono sempre tenuti in riga da rullate precise ed ordinate e valorizzati dalla voce, mentre i piccoli assoli di chitarra addolciscono l’ascolto dell’ormai già ottava canzone del disco.
Seguono poi ‘Control’, ‘Dead Eyes’ e ‘All For None’, all’interno delle quali si dà più spazio alle tastiere di Persson: note di pianoforte rigorosamente con riverbero scandinavo ed atmosfere dolci ed amare allo stesso tempo, il tutto tenuto saldamente e saggiamente tenuto insieme dal basso corposo di Larsson.
Il viaggio si conclude con la dodicesima canzone, ‘Circles’, che richiama un po’ le varie scazzottate melodiche precedentemente ascoltate nei momenti un po’ più duri dell’album, ma che mantiene sempre quella vena melodica tipica dei Sarea.
Mi è piaciuto? Sì. Parecchio, anche. Questa band è forte, il loro suono è forte, il prodotto che vendono è forte e mantengono la promessa presente nella loro biografia ufficiale: il famoso ‘melodic fist-to-the-face’, di cui si vantano tanto, arriva dritto dritto in faccia (anzi, di lato, stereo), nelle orecchie di chi li ascolta e non lascia scampo a fraintendimenti.
Le uniche piccole pecche che posso trovare sono forse una correzione vocale troppo marcata (pare esserci qualche microscalino tonale sporadicamente sul cantato), parti soliste forse un po’ troppo corte, forse troppe canzoni in un solo album (ben 12!), forse anche canzoni troppo corte (8 su 12 superano a stento i 4 minuti di durata), forse qualche cambio di tempo e di metrica in più qua e là avrebbe meglio caratterizzato e perfezionato il lavoro, ma si parla comunque di microscopici lati negativi squisitamente soggettivi.

 

Alessandro ‘King’ Arzilli
80/100