12 GENNAIO 2019

C'è di tutto in questo SUMMON DESTROYER degli australiani (domiciliati a Sydney) SUMERU, giunti col presente platter (pubblicato su WormHoleDeath) al secondo lavoro sulla lunga distanza dopo il full di debutto Holy Lands del 2014 e l'ep d'esordio omonimo del 2013. È evidente fin dalle grafiche scelte per questo lavoro, nonché dalle prime note che si diffondono dagli speakers, come la band abbia voluto dare una parziale virata al proprio sound rispetto al precedente full-lenght, mantenendo saldi i legami con lo sludge fangoso dei Down, dei Corrosion Of Conformity e dei Crowbar, unito all'approccio più settantiano dei maestri Kyuss (oltre che alla matrice comune a nome Black Sabbath), ma allo stesso tempo innervando il tutto con un apporto piuttosto consistente di influenze estreme che arrivano a lambire territori death e black metal, unitamente al tentativo di ammantare l'intero lavoro di un'atmosfera rituale profondamente spirituale ed avvolgente. Altrettanto palese è il tentativo fatto dalla band (composta da Matt Power alla voce, Peter Bursky e Chris Wilson alle chitarre, Pat Taylor al basso e Andres Hyde alla batteria) di calarsi completamente nella propria musica, lasciando che siano le sue vibrazioni a decidere di volta in volta la strada che i brani prenderanno e donando così all'intero album un senso di introspettiva jam lisergica che, se da un lato sembra a volte sfuggire al controllo della stessa band, dall'altro è in grado di regalare squarci di grandissima ispirazione visionaria. Il compito di aprire le danze è demandato alla tanto soffusa quanto solenne intro INANIS KULTUS, perfetta per calarci nelle atmosfere dell'album, che esplode definitivamente sulle note della pesantissima THE TEMPLE, brano prepotentemente sludge-doom tanto nelle ritmiche quanto nel riffing, benché già graffiato qua e là da rimandi più estremi di matrice death-doom cui la band non mancherà di attingere nel prosieguo dell'album. Molto interessanti gli intrecci sonori di matrice psichedelica disegnati dalle chitarre, così come l'approccio vocale piuttosto variegato, che passa dal classico scream straziante dello sludge moderno (con evidenti rimandi a Down e Mastodon, in tal senso) a parti meno estreme, ottime per sottolineare la trasversalità di generi messa sul piatto dalla band fin da queste prime battute. I suoni sono al contempo caldi, avvolgenti e pesantissimi, nonostante un afflato 70's niente affatto celato, e contribuiscono in modo decisivo all'impatto di questo melange sonoro spiccatamente votato all'annichilimento dei sensi dell'ascoltatore.

La successiva title track SUMMON DESTROYER parte sull'onda di un riff che ci riporta quasi alla mente i primi Katatonia o Opeth, prima che le influenze più paludose e lisergiche dei nostri prendano il sopravvento, donando al pezzo una spinta avant-garde che ci porta alla mente l'approccio alla composizione multi-sfaccettato dei top-sellers Mastodon.

Il pezzo è vario e vibrante, nonostante siano sempre le parti più lente e opprimenti a farla da padrone, ma la band si dimostra abile nell'arricchire questi frangenti con fraseggi melodici di grande presa atmosferica in grado di mantenere viva l'attenzione dell'ascoltatore (a volte vicini anche a territori dissonanti in odore di black metal), oltre che di fornire un'ambientazione sonora univoca e coerente al pezzo così come all'intero lavoro. Mentre il brano precedente andava a pescare in territori al limite del death-doom, con la successiva EMBRACE THE COLD ci ritroviamo calati subito in territori epic ed heavy non lontani da Cirith Ungol (benché spogliati del loro tipico approccio vocale) e Manilla Road, il tutto opportunamente appesantito (ma nemmeno tantissimo) dall'approccio tipico dei nostri, che non mancano anche qui di ammantare il tutto con passaggi lisergici e psichedelici di grande presa. Bellissimo in tal senso il fraseggio acustico chiamato ad introdurre il terremotante finale, in cui ritmiche al limite del death metal spianano la strada a riff nuovamente sludge, terreno di caccia prediletto per la voce lacerante e lacerata di Matt, gran cerimoniere di questo pesantissimo rituale elettrico.

La successiva KALA RATRI non è che un breve interludio acustico guidato da splendidi arpeggi di chitarra e da evocativi fraseggi di violino atto a spezzare in due il fluire dell'album, che riprende prepotente con la devastante DURGA!DURGA!, il cui inizio macilento e terremotante ci riporta alla mente i maestri del groove Obituary, che sembrano marchiare a fuoco il riffing e le connotazioni ritmiche dell'intero brano, benchè il tutto venga sempre rivisto nell'ottica ritualistica e lisergica dei Sumeru che, fra melodie trasversali e liquide e passaggo acustici, confezionano uno dei brani più avvincenti dell'intero lavoro. Uno splendido trip a tinte oscure fra paesaggi desertici in cui l'abbacinante riverbero solare non fa che aumentare il senso di smarrimento e abbandono del viaggiatore sonico che abbia deciso di seguire la band attraverso questa sua personale, intensa catarsi artistica. Con la successiva RIVERS OF LETHE si sfora in territorio Motorhead, in virtù di una ritmica e di un riffing heavy-punk che non possono non richiamare alla mente lo stile reso famoso da Lemmy & Co. Il brano è brioso e consente alla band di dare una bella botta di frizzantezza allo sviluppo dinamico complessivo dell'album, che comunque si è rivelato fin qui assolutamente ottimo e vibrante. Non si pensi poi neppure a una sterile riproposizione di uno stile predefinito solo per dare una botta di vita al lavoro sull'onda di un approccio più smaccatamente heavy. La band non manca infatti di innestare su queste coordinate musicali il proprio tocco personale, fatto di efficaci inserti melodico-atmosferici ancora una volta in odore death-doom (ma con dissonanze in grado di evocare gli spettri del black metal più atmosferico e avvolgente) e di momenti sludge di grande pesantezza, dipingendo così un affresco dallo stile molto eterogeneo che il mood generale del disco riesce comunque a rendere coerente ed incisivo. Con A NEW RITUAL ci troviamo di fronte al brano più lungo dell'intero lotto (si sfiorano i dieci minuti di durata), nonché al brano conclusivo di questo impegnativo viaggio sonoro. Introdotto da una splendida porzione acustica guidata da un evocativo violino su cui il cantante Matt tratteggia una profonda linea vocale con uno stile che lo avvicina molto al controverso Phil Anselmo nei suoi momenti più intimistici e bluesy, il brano si rivela ben presto come un'autentica colata di sludge fangoso e rovente, memore dei migliori Down, estremamente efficace, benchè forse un po' troppo derivativo, in questo frangente. A parte questa parziale caduta di tono dal punto di vista della personalità sul finale, il disco si rivela una piacevole sorpresa anche per chi, come chi scrive, non è mai stato particolarmente addentro la scena sludge, proprio in virtù di un approccio più estremo e libero alla composizione che conferisce all'album una varietà di soluzioni in grado di soddisfare più di un palato affamato di spunti sonori non convenzionali e di costruzioni musicali affascinanti, coinvolgenti e dense. Un album per menti aperte. Dategli una possibilità, se appartenete a questa categoria di ascoltatori.

 

Edoardo Goi

75/100