27 GIUGNO 2018

Immaginate il classico paesaggio dei Paesi Bassi: un mare di tulipani multicolori, i mulini a vento, persone in bicicletta, sole e natura; ora passate questa immagine in bianco e nero, il cielo è scuro, malvagio, minaccioso. Gli umani in bici sono scheletri decadenti mentre i tulipani sono pallidi puntini grigi in un mondo morente, mossi dalla tempesta in arrivo da Nord che scuote e dilania le pale dei fatiscenti mulini in legno prossimi alla caduta. La morte regna sovrana e l'oscura presenza del Maligno si respira nelle pieghe di questa breve immagine in movimento. Ecco come si può descrivere il sound dei The Shiva Hypotesis, band dei Paesi Bassi, che, dal 2012, ha intrapreso questo oscuro viaggio musicale. I quattro membri del gruppo sono ML (bass, keys, additional vocals, songwriting), JB (guitar, songwriting), BN (drums), MvS (vocals, lyrics). Quello proposto dai TSH è un debut album intenso, oscuro e che prende a piene mani da quanto proposto in precedenza da band come Behemoth, Gorgoroth e compagnia Black metal passando per le (chiarissime) origini Death e Thrash dei gloriosi anni '90 e miscelando il tutto con personalità e capacità da vendere. Questo “Ouroboros Stirs” si apre con Enkindling, una breve traccia atmosferica che conduce l'ascoltatore al primo vero pezzo del gruppo: “Ananda Tandava”, dove  un roccioso riff sostenuto dal synth inizia a condurci verso l'inferno musicale che i nostri costruiscono con una sezione ritmica quadrata e maligna, una voce Black/Death davvero niente male che ricorda da vicino il caro Nergal pur risultando comunque distinguibile e personale. Il sound del gruppo è compatto, potente e moderno e fortunatamente non bombastico come le ultime produzioni più blasonate. “Caduceus” è la seconda traccia che parte col suo piglio maligno e destabilizzante per poi condurci in territori dove il male regna incontrastato e tutta l'umanità è sua succube. In questo pezzo, come in altri, mi sono venuti in mente i vecchi Dimmu Borgir del periodo “Enthrone Darkness Triumphant” senza ovviamente gli spessi strati sinfonici. Una bella mazzata dunque con il suo rallentamento quasi doom verso la fine. La terza traccia è “Praedormitium”, unica nel suo intro, con degli stranianti cori tibetani sintetici che poi lasciano spazio allo schiacciasassi della distorsione e dei vortici musicali che il gruppo ci propone. I riff sono tutti giocati su toni minori e sembrano ricercare le sonorità più oscure dell'animo umano. Lo stacco centrale è alquanto anomalo per i canoni del Black/Death classico e fornisce un elemento di pregio in più al pezzo. L'assolo in sé per sé non è male, ma mostra chiarissimi i segni dell'influenza Thrash Metal anni '90 e spezza non poco l'assalto sonoro della proposta musicale attestandosi comunque su altissimi livelli. La traccia seguente è “Build your cities on the Slopes of Mount Vesuvius”: si tratta di uno strumentale melodico (col titolo molto più lungo della durata della canzone) con i suoi poco più di due minuti. Un bel pezzo decadente dunque che apre al pezzo successivo:  “Maze of Delusion”, in cui tornano i synth a infoltire le spesse strutture quasi industrial metal del pezzo che si alternano ad oscure sfuriate Black/Death metal ferali e sulfuree dove l'alternanza scream/growl di Michiel Von Schooten la fanno da padrone; nel lunghissimo pezzo (più di 8 minuti) trova anche spazio un pregevole stacco acustico che dona dinamicità al pezzo per una gran bella canzone. È la volta di “Carryng off the Effigy”, il mio pezzo preferito, che parte velocissima con la sola batteria per poi esplodere col suo riff di chitarra e la voce Black di MVS; un pezzo che sa essere tanto alienante quanto trascinante con il suo giro portante da headbanging forsennato. In sede live questa canzone sarà un cavallo di battaglia del gruppo, di cui mette in evidenza tutte le potenzialità evocative e distruttive.

L'uso anche qui della doppia voce mi ha di nuovo portato alla mente le più iconiche composizioni dei Dimmu dei tempi che furono. Bellissima canzone che ho amato sin dai primi ascolti. L'ultima fatica dei TSH si chiama “With Spirits Adrift” ed è un pezzo acustico in cui si scopre la capacità melodica della voce di Michiel nel suo tono basso e cupo, con uno stile tipico delle composizioni gotiche alla Evereve dei primissimi album. Un pezzo straniante, quasi folk negli arpeggi. Una degna conclusione per un ottimo album. Come avrete intuito ho apprezzato moltissimo questa fatica dei “The Shiva Hypotesis”: hanno gusto nella composizione, il loro Balck/Death non è assolutamente un mero copia/incolla di quanto già sentito finora dai gruppi sopra citati e questo è un grande merito. La produzione inoltre è ottima e permette di cogliere tutte le sfumature del loro oscuro sound fatto di riff malvagi, voci tanto aggressive quanto disperate e una sezione ritmica che schiaccia l'ascoltatore. Fatevi dunque prendere dalle spire dell' Oroboros e lasciatevi andare alla contemplazione del male sotto questa forma musicale che arriva dritto dal paese dei tulipani e dei mulini a vento e che lega il Black Metal al Death Metal in un eterno susseguirsi di stati d'animo tanto cangianti quanto violenti e oscuri.

Complimenti!

 

Mauro  Spadoni

90/100