20 OTTOBRE 2017

I Words That Burn si autodefiniscono una band alternative/melodic metal formata da quattro strumentisti, tre dei quali usano anche la voce, chi più e chi meno intensamente. Provengono dalla piccola cittadina di Dundalk, nell'estremo nord-est dell'Irlanda e, grazie soprattutto alla Wormholedeath Records, propongono al pubblico il loro ultimo lavoro dal titolo deciso 'Regret is for the dead'. L'album inizia con la rabbia di "Our new sin" e fin da subito appare chiara la potenza sonora e musicale che si ha di fronte. La voce di Roni MacRuairi è una di quelle che difficilmente passano inosservate, capace di intervallare con maestria il suo personalissimo scream/growl basso e linee vocali melodiche molto gradevoli.

Dopo una serie implacabile di fuck...fuck... (forse anche troppi) la ritmica cambia e si passa a "Unalive". Dove le premesse della prima canzone vengono confermate: rimane in testa il ritornello con quella specie di square synth anni '80 a ricordare che la band è anche alternative. Stop violento sull'urlo finale e tutto scompare, poi riappare "Disappear". Una trentina di secondi di ritmo al limite della minimal house e di prepotenza torna un bel riff ritmato e mezzo sincopato dove la batteria di Jason Christy scandisce precisamente il più classico dei beat metal. La canzone prosegue con belle armonie di chitarre, passando da gran sfuriate a momenti più clean, suonati con maestria da Shane “Jelly” Martin.

Explicit ad anello e via di nuovo coi piedi pesanti in "Chalklines", sonorità basse basse, con Ger Murphy a dettare legge, e colpo di scena: a 01:20 parte un bel "riffino" non scontato, non disegnato col gesso, che sfocia poco dopo in una delle parti melodiche più belle dell'intero disco.

Avanti con alti e bassi, stop&go per altri 5 minuti (troppi?) e si passa a "Hush", altro pezzone decisamente alternative metal, nel senso puro del termine, perché in questa canzone si possono riassumere diverse sonorità e stili musicali, con tanto di assolino finale che si trasforma in una specie di avantgarde metal alla Buckethead degli ultimi anni.

Sesta canzone, "Scars". "Riffino" introduttivo che lascia cicatrici ed anticipa il mood e via con la solita struttura verse/chorus/verse, ma condita da dettagli succulenti, quali passaggi ritmici non proprio scontati, con terzine accentate sul rullante, ma non troppo eccessivi. 

Dopo un finalino molto ritmato (e anche molto discotecaro), ci si guarda dentro con "Mirror perfect mannequin" e si iniziano riflessioni musicali accompagnate dalla voce telefonica di MacRuairi, la batteria aumenta i battiti e tutta la rabbia del quartetto irlandese esplode frantumando la cristallina atmosfera precedente. Come in ogni ballad metal che si rispetti, riparte la seconda strofa, ma con l'aggiunta della chitarra distorta sulla pulita e col susseguente ritornello, breakdown, assolino e finalino di protesta.

Ottava traccia, "In this moment", che potrebbe parere scontata, ma ad un secondo (e forse anche terzo) ascolto risulta molto più potente di quanto inizialmente non mi fosse sembrata. Belle le variazioni diminuite/minori, belle anche le parole usate nel testo ed i costanti cambi di ritmo che danno un tocco di personalità all'album.

"The Phoenix", finalmente, track dal titolo che più mi aveva incuriosito alla prima vista dell'album. Curiosità giustificata, dato che questa canzone è un concentrato di ottima musica, ottima padronanza degli strumenti, della voce e di grandissimo senso musicale. Piacevolissima atmosfera, questa è senza dubbio la canzone che ho gradito di più.

Ultimo respiro dell'album ed ecco infatti "Last breath", decima canzone di "Regret is for the dead". Senza tanti complimenti o preamboli vari, partono i vari respiri urlati e non della band, con alcune melodie clean e simpatici rumori ben curati e dissonanti (il bending bicorda finale ne è esempio tipico) ed il gran finale in saturazione al 100%.

Riflettendo su quanto appena ascoltato, posso dire che i Words that burn hanno fatto un ottimo lavoro, disegnato con uno stile esclusivamente moderno, ma di facile ascolto. La produzione dell'album è altamente professionale, i suoni di tutti gli strumenti, compresa la voce, si ascoltano perfettamente in tutte le situazioni ed in tutti i momenti, anche in quelli più rabbiosi. Mi è piaciuto particolarmente il continuo cambiamento, questa vena progressive a me tanto cara, questo non voler per forza fissarsi sempre sullo stesso ritornello, seppur bello e tenebroso. Avrei aggiunto più momenti lead, non per forza alla fine della canzone, non per forza lenti e melodici, non per forza richiamanti le stesse note del ritornello e della strofa. Avrei anche aggiunto qualche altro momento di basso in prima linea, unico strumento forse un po' penalizzato dalla potenza estrema di chitarre e voce. Avrei tagliato qualche breakdown, a volte troppo ripetitivo.

 

Alessandro 'King' Arzilli

82/100