Yaƒru – Börübay

Provo sempre una certa emozione quando mi arrivano in mano gli album di band provenienti da paesi difficili, dove la cultura e la società di appartenenza non vedono di buon occhio la musica che amiamo e che forse, certe volte, diamo un po’ per scontata. Ricordiamoci che in alcuni paesi l’anticonformismo è punito severamente dalle istituzioni, e dunque bisogna premiarne il coraggio, quantomeno con un ascolto scrupoloso e attento di ciò che ci viene proposto. Senza voler entrare in ulteriori discussioni etiche, e che risulterebbero solamente speculative, introduciamo questo duo turco che si propone col monicker Yaƒru, dietro al quale troviamo Batur Akçura al basso, e il master mind dell’opera Berk Öner ad occuparsi di testi, voci e di tutti gli altri strumenti.

Il genere proposto è folk metal, da intendersi in senso stretto, e quindi lontano dalle sonorità metallico-festaiole di gruppi come Folkstone e Korpiklaani, e anche dagli inserti epici di altri gruppi come Fintroll ed Ensiferum. In questo caso è l’atmosfera a farla da padrone, ed il tributo alla terra madre viene pagato lungo tutta la tracklist. Il metal si mischia a sonorità medio orientali; le clean vocals sembrano arrivare direttamente da Istanbul, e si alternano a strumenti talvolta più vicini alla cultura celtica ma che, in questa sede, vengono utilizzati in maniera inedita, esprimendo sonorità più vicine alla cultura dei due musicisti coinvolti.

Apre la strumentale e cinematografica “552 AD(Börü)”, traccia che non avrebbe minimamente sfigurato nella colonna sonora di qualche pellicola dal tema medio orientale. Ma è “Atalara” ad attirare di più l’attenzione, in quanto il tema melodico portante a tinte etniche si sposa alla perfezione con il growl di Berk Öner, e con i passaggi strumentali più rocciosi. Più metal invece nella successiva title track, dove il death metal melodico si fonde con disinvoltura al folk turco.

E ancora folk con la strumentale “Hafiz”, che funge da trampolino di lancio per la sentita ed emotiva “Nazar Eyle”, cover di Baris Manço, tra i più famosi e influenti musicisti turchi. “Rüzgarìn Yìrlarì” ritorna su lidi più metallici, grazie ad un growl potente, e a numerose mitragliate di doppia cassa, senza rinunciare alle melodie presenti nei vari ritornelli. Chiude la tracklist il brano “Yasru”, che si distacca leggermente dalle precedenti, grazie ad un andamento più allegro.

La produzione è adeguata al genere proposto, i numerosi strumenti etnici sono ben riconoscibili e si sposano perfettamente con tutto il resto, raggiungendo un buon equilibrio, in fase di mixaggio, con le chitarre elettriche e la voce sporca. La sezione ritmica fa il proprio dovere, e, anche nelle parti più ariose, è sempre presente e sostiene  il tutto.

Per concludere e formulare un giudizio globale, oltre a tener conto dei fattori di cui sopra, bisogna fare alcune ulteriori considerazioni. C’è da dire che, nonostante una qualità oggettiva della proposta, nell’insieme questo album non è di facile ascolto. Certe sonorità, per quanto originali, probabilmente sono un po’ difficili da digerire. Per quanto, come detto, ci sia un certo equilibrio tra le varie componenti, alla lunga si ha come la sensazione di non riuscire a capire cosa si stia ascoltando, se un album metal o un album folk medio orientale. É importante sottolineare questo aspetto perché se un possibile ascoltatore si approccia agli Yaƒru aspettandosi un gruppo metal con influenze folk, si troverà deluso dalla preponderante presenza di passaggi etnici. La componente folk è quindi assolutamente dominante. Il giudizio finale, in questo caso, dipende dalle aspettative e dai gusti personali dell’ascoltatore. Personalmente mi ritrovo in quella frangia di ascoltatori che probabilmente avrebbe apprezzato una maggiore presenza di passaggi metal, a costo di allungare lievemente la durata dell’album, che invece non supera la mezzora. Le sensazioni provate all’ascolto sono sì positive, ma arrivati alla fine sembra che “manchi qualcosa” e, nel complesso,  si ha come la sensazione che questo lavoro sia incompleto. Una volta passato l’entusiasmo iniziale scaturito dall’effetto “novità”, l’album rischia di finire nel dimenticatoio. Manca quindi quel “qualcosa in più” che probabilmente avrebbe permesso agli Yaƒru di sfornare un album inquadrato tra quelli da ricordare usciti nel 2016.

 

Sorma

68/100