31 OTTOBRE 2017

A distanza di qualche anno da Spit/Ignite, i finlandesi Zarthas propongono al pubblico il loro terzo album Reflections, edito dall’etichetta discografica WormHoleDeath. Dodici tracce dure e pure che ricordano molto alcune band al confine tra il rock ed il metal degli anni '90.
La prima s'intitola Riot now! ed è senza alcun dubbio un inno al tumulto, una proposta di sommossa immediata, l'inizio di una rivolta: il cantante Lauri Huovinen gracchia subito qualcosa di distorto del tipo “Come on every night creature! Crawl out and join the fucking riot now!” e così partono subito i disordini con riff e sonorità al limite tra l'hard rock ed il blues! Bella canzone, bell'assolo e bel videoclip ufficiale su YouTube (che meriterebbe sicuramente qualche visualizzazione in più).
Gli scontri ed i bpm continuano in The Green and the Red Light: il quintetto di Oulu propone dei bei riffettini catchy ed un bel ritornello che rimane in testa facilmente, ma senza esagerare, nei tre minuti totali della canzone.
Avanti con Bad wannabe e via di struttura classica Verse/Prechorus/Chorus ed intrecci ritmici tra l'altro chitarrista Jarmo Luttinen ed il bassista Pekka Junttila. Non male il contrasto pianissimo/fortissimo tra la strofa quasi parlata ed il ritornello power.
Poi arriva Back to a black hole, dove le cose si complicano (finalmente!) un po'! La tastierista Sanni Luttinen entra bene in gioco col suo synth studiato e mirato a far emergere la qualità globale. Molto piacevole il ritornello, quasi inaspettato dopo una lunga serie di stoppati bassi chitarristici, bello anche il passaggio non scontato assolo tastiera → ritornello → assolo chitarra.
Quinta canzone, Pulse. Battiti che vengono quasi emulati con qualche effetto sonoro qua e là (forse il flanger l'avrei evitato), anche nel finale con quel “Oh...oh..oh yeah!” che sta quasi a dire “siamo tosti, sentito?!?”.
Avanti con First night of forever e pare che i vari tumulti iniziali si siano placati, perchè la canzone prende fin da subito una piega parecchio melodica e mainstream radiofonica. A complicare piacevolmente il tutto ci pensano le percussioni di Jani Vahera, con tanti sincopati che dopo il quarto ascolto ancora faccio fatica a definire bene, tant'è che mi dà quasi l'idea di esserci stata dell'improvvisazione durante le recording session di questa traccia.
Settima canzone, Outside. Finalmente la tastiera si fa sentire pienamente e dopo qualche momento di riflessione esce fuori un gran bel ritornello e continuazione di canzone in stile G'n'R.
Isolate, ottava. Ad un primo ascolto devo ammettere di aver pensato che la canzone non c'entrasse nulla con tutto l'album Reflections, in quanto è molto diversa dalle altre, specialmente l'inizio così tanto Epic. Molto d'impatto gli stop a 01:10, mi hanno riconquistato subito.
Si continua con Ever After (Isolate Reprise) e ci si gode una bella variazione musicale leggermente più complicata rispetto alle precedenti canzoni. Ecco una vena Doom/Gothic tipica delle band finlandesi, in meno di tre minuti.
Decima canzone: Illusion of Immortality. Le cose tornano a prendere una piega tumultuosa e la voce graffiante di Lauri Huovinen canta divinamente assieme ai continui cowbell di Jani Vahera , che scandisce il tempo egregiamente. Nel finale un gran bell'assolo melodico da riascoltare.
Si continua con Where the Heart is (forse qualcuno ha preso spunti da Less talk more rokk ?). La canzone però si trasforma e si incattivisce moltissimo, arrivano scale arabe e diminuite fino ai vari ritornelli con parecchi sedicesimi accentati.  Ben fatto! Sennò che razza di rivolta sarebbe stata?
L'album si conclude con la title-track Reflections ed ovviamente dopo qualche riflessione clean tra chitarra, basso e batteria, ricominciano i riff pesanti. Gran bella canzone, racchiude un po' tutto ciò che sono questi Zarthas: ritmiche serrate, ma non troppo complicate, sonorità ruvide, tematiche potenti e ritornelli facilmente cantabili.
Se non si vedessero i loro tratti somatici tipicamente nordeuropei, o se non si leggessero i nomi che compongono la loro formazione, si potrebbe facilmente scambiare gli Zarthas per la più classica delle band hard-rock californiane. Le canzoni nell'album sono tante, ben 12, ma durano tutte poco più di tre minuti. Forse se ne poteva accorpare qualcuna per cogliere sfumature melodiche più ricercate e d'impatto, perché francamente molte volte sembra di ascoltare passaggi già sentiti e un po' privi di personalità. Il quintetto comunque se la cava bene, ogni componente fa il suo senza strafare e soprattutto senza calpestare le note altrui, merito anche dell'ottima produzione musicale avuta a disposizione, sia in fase di recording, sia in fase di mixing e mastering.

 

Alessandro 'King' Arzilli
75/100